La canzone dell'emigrante

La canzone dell’emigrante

( Ambrogio Sparagna – Marino Severini )

Mio padre aveva un treno
e terra dove andare
a nord una stazione
lo stava ad aspettare

E partì che era di Maggio
con l’armata della fame
e portò con sè fatica
e una vita da sudare

E le notti erano lunghe
ed i giorni da contare
straniero era il suo nome
sua la voglia di tornare

Alì aveva un treno
e terra dove andare
a nord una stazione
lo stava ad aspettare

E partì che era di Maggio
con l’armata della fame
e portò con sè fatica
e una vita da sudare

 

Una canzone che incidemmo nel 1988 su Reds. Fu il frutto di una collaborazione per noi decisiva, perché ci spinse verso nuove direzioni: quella con Ambrogio Sparagna.
Abbiamo adattato quel testo allora scritto e cantato in inglese ad un testo oggi in italiano.
Oggi più di allora possiamo cantare che COSMOPOLI È IL FUTURO!
I nostri padri hanno conosciuto la peggiore delle violenze: lo sradicamento. L’essere strappati dalla propria terra e dalle proprie radici è da sempre la prerogativa per poi essere umiliati, alienati, sfruttati, resi schiavi.
I nostri padri furono scambiati come carne da macello per la “Ricostruzione”. Furono presi per fame e costretti dal bisogno ad emigrare.
Eppure riuscirono a trasformare la pietra, il ferro in pane.
La stessa storia oggi si ripete e va contromano. Sono gli altri quelli che oggi emigrano, costretti dalla fame, dalla guerra e dalla povertà, a venire qui nelle “sicure città d’occidente”.
Cogliere l’occasione significa che nell’incontro con l’Altro noi possiamo ritrovare noi stessi, le nostre radici.
Possiamo fare in modo che la stessa storia che è toccata ai nostri padri non si ripeta, che non sia più come prima. Noi abbiamo altri doveri rispetto a quelli dei padri, altrimenti nessun futuro ci sarà concesso.
Noi possiamo fare in modo che il dolore si trasformi in speranza. Che dal dolore rinasca l’antico “sogno di una cosa”. “Cosa” che oggi prende un nuovo nome: COSMOPOLI!
Che la nostra terra significhi per tutti i migranti ospitalità, pari opportunità, emancipazione, dignità, condivisione di un sogno antico. Antico come il cuore della terra. Dove risiede il futuro.Dall’incontro con l’Altro nascerà l’uomo nuovo. Perché il “diverso”, l’Altro, non è minaccia, ma frammento alla ricerca del tutto. Esso mi provoca, svela i limiti del mio frammento, suggerisce possibili coincidenze, dimostra la necessità di sentirsi relativi. E dalla relazione nuova rinasce la nuova cultura, un nuovo immaginario e una nuova unità da e per condividere nuovamente.