Reds – Introduzione al disco

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Con Reds si arriva al terzo capitolo dei Gang, un album foriero di novità. Prima di tutto cambia l’organico, subentra una nuova sezione ritmica che si sostituisce alla vecchia, non per necessità artistica, ma per scelta di vita dei precedenti bassista e batterista e poi c’è l’affiliamento ad una nuova casa discografica, questa volta una major, che risolve al gruppo soprattutto i problemi di distribuzione. Il rapporto con la CGD si rivelerà ottimo e permetterà un’evoluzione di pensiero dei Gang senza la minima interazione nelle scelte da parte della label. C’è poi il sempre più evidente spostamento verso la musica popolare che, senza essere ancora emergente, comincia a delinearsi con molta chiarezza. Ma andiamo con ordine, innanzi tutto come mai questo titolo? Contrariamente a quanto si possa credere non è soltanto un omaggio al colore della rivoluzione. Dicono i Gang “rosso è il colore che rappresenta la zona di pericolo, di minaccia, un perimetro che è al di fuori del sistema e che col suo manifestarsi mostra la sua natura non universale, ma ristretta e limitata. Essere rossi significa interagire in questa area e combattere il cinismo, cioé l’adattamento ad un sistema di vita che ci viene imposto”. Rimangono quindi l’impegno e la visione sociale già evidenziate nei due album precedenti di cui Reds rappresenta la continuazione ideale, dura sull’ideologico, ma estremamente flessibile sul modo di accompagnare musicalmente le nuove storie. Come si diceva, c’è un’attenzione particolare rivolta verso la tradizione e ciò viene sottolineato dal tipo di musicisti con cui lavorano i Gang in Reds: la presenza di Ambrogio Sparagna, organettista, e Davide Castiglia, violinista, ha proprio la funzione di arricchire il sound del gruppo e di stimolare nuovi sviluppi musicali rivolti verso il folk. I Gang vedono ancora nel rock il linguaggio principale con cui esprimersi, ma cercano di rinnovare la forma estetica dei loro pezzi, e lo fanno prendendo coscienza delle proprie radici, seguendo la strada che è poi proprio quella che ha permesso la nascita del rock medesimo. C’è la ricerca di un legame tra il rock e il linguaggio popolare di casa nostra che possa fare i conti con i tempi attuali e contribuire a una rifondazione culturale. Il disco apre con I went up the river, forse la prima canzone d’amore scritta da loro, in realtà un pretesto per poter parlare simbolicamente di tante altre cose come l’ecologia, l’ambiguità della tecnologia e la necessità di un’energia in grado di convivere con la musica. Forever and ever in cui viene trattata, anche qui in senso simbolico, la figura della madre, che con il suo amore ci può portare lungo la giusta direzione, lontano dalle paure di questi anni, e dare l’ispirazione per la riscoperta di un’identità. Waiting for the rain e Giants steal water from the river sono rispettivamente l’attesa del cambiamento vissuto in un clima di aridità di valori e la crisi di una tecnologia avanzata che potrà sopravvivere solo se troverà il modo di adeguarsi ai reali bisogni dell’uomo e della natura. Poi c’è Solidarity, un ritorno agli inni, questa volta centrato sulla comprensione internazionalista dei problemi, unico modo per risolvere anche quelli più circoscritti di casa nostra; The bandit che affronta la figura del fuorilegge come spirito libertario della comunità, un tema su cui i Gang torneranno ripetutamente con i lavori successivi; My new generals un plauso ai nuovi leader che si mettono a capo dell’opposizione e della resistenza nei vari paesi del mondo e ancora Emigration song, il duro viaggio verso Nord che molti emigranti hanno intrapreso per la ricostruzione di se stessi e del paese in cui vivevano. Shadows e Nica sono invece due storie intime in cui si narra, nella prima l’impossibilità di vivere in un mondo troppo estraneo ai propri ideali, e nell’altra la tragedia della prigionia politica e della latitanza in una storia d’amore. Infine No drugs, no alcool che mette in guardia dai falsi paradisi che obnubilano la mente deviando la vera prospettiva di risoluzione dei problemi e Goodbye my friends, il triste addio di un militante stordito dalla perdita del suo amore. Il disco è ancora una volta inciso in inglese e la sua produzione è affidata a Paul Roland, musicista che ha spesso lavorato sulla fusione dei suoni acustici degli strumenti tradizionali con quelli elettrici. Reds è dedicato a Mauro Rostagno, “un grande combattente”, dicono i Gang, “una persona che, per scelta di vita, ha deciso di essere sempre presente nei nuovi campi di battaglia che gli si presentavano”.
(Tratto da “Frammenti Rock”)