Storie d’Italia – Introduzione al disco

storie2I Gang arrivano alla seconda puntata della trilogia dichiarata, quella generalmente più difficile da imporre perché deve consolidare quanto già detto e aprire la strada al capitolo finale. Il compito è riuscito alla perfezione: i testi e le musiche sono senza alcun dubbio uno dei prodotti italiani meglio riusciti del ’93. Il contenuto dell’album, per usare le parole degli autori, “è fatto di immagini per attivare la memoria e l’immaginazione, è un rock riportato a casa che forse è il caso di chiamare con il suo nome più semplice: musica popolare”. Undici piccole gemme che coinvolgono fin dal primo ascolto e che riportano alla memoria un certo rock italiano della metà degli anni Settanta, quello de Il biglietto del tram degli Stormy Six, frammisto a un cantautorato d’autore (c’è ogni tanto qualche assonanza con il De André di Rimini e con Bertoli). Lo schema di racconto è in alcuni casi prossimo a quello della ballata e in altri invece più diretto, espresso con un linguaggio vivace e talvolta onirico come nel pezzo d’apertura, Kowalsky, ispirato al celebre personaggio di Salvatores, interpretato da Paolo Rossi. Kowalsky è il sogno in un’Italia che ha rinunciato a sognare, è l’incontro con il Sud del mondo, più sfruttato, ma anche più creativo, meno alienato e indicato come la strada da seguire. Itab Hassan Mustaphà, una cronaca vera tratta dalla storia del detenuto bambino Itab Hassan Mustaphà orfano della guerra ebraico-palestinese che arriva in Europa quindicenne, pronto per un attentato alle linee aeree britanniche e subito arrestato; Eurialo e Niso, scritto da Massimo Bubola, che prende a pretesto i due personaggi mitologici per narrare un episodio di guerra partigiana, sono piccoli quadri dalle tinte tenui e dalle forti emozioni. Cambia il vento e Via Italia sono invece le impressioni più forti, più coinvolgenti con il loro incedere incalzante, più direttamente politiche, che colpiscono direttamente e su cui non c’è bisogno di nessuna chiave di interpretazione. In Sesto San Giovanni e ne Il Paradiso non ha confini la storia si fa stretta e si puntualizza nei sogni e nelle frustazioni della quotidianità e in Buonanotte ai viaggiatori, un pezzo interpretato molto alla De Gregori, il sogno torna a prendere il sopravvento, è una ninna nanna dedicata alle grandi passioni, ai viaggiatori di sempre: gli amanti, guerrieri e sognatori. Per dirla con gli autori, a legare i vari pezzi c’è “il viaggio come metafora dell’identità, come simbolo del mutamento e della diversità”. Esiste dunque una continuità che è solo in parte occultata dalla struttura propria di ciascun brano, ma che, in realta, viene mantenuta da un sottile filo rosso che accompagna ogni storia e conferisce un significato comune. In Dove scendono le strade, una dolcissima ballata, vengono, per esempio, a galla tutte le speranze giovanili frustrate, ma si intuisce che lo sradicamento scriteriato dalla campagna, per seguire i sogni e chimere, è la vera causa del fallimento. Ritorna l’importanza dell’elaborazione delle proprie radici con le quali bisogna fare i conti per non trovarsi in preda ai quattro venti in contesti culturalmente diversi. E infine ancora due canzoni schiettamente politiche che riguardano i nostri giorni: dure, sarcastiche e taglienti fino a far male che parlano, una, Duecento giorni a Palermo, della condizione del capoluogo siciliano paralizzata tra mafia e corruzione e l’altra, Il partito trasversale, dell’opportunismo sfacciato del socialismo craxiano coinvolto in nepotismo e tangenti. Rispetto al disco precedente, Storie d’Italia, è meno barricata, ma ribadisce gli stessi concetti puntualizzando alcuni aspetti che vanno oltre la presa di coscienza, ormai data per scontata. Le storie strutturate in canzoni servono per ricordare o meglio per attivare la memoria. La memoria, dice lo stesso Marino, “non è un archivio per conservare dati, ma una specie di elaboratore in grado di mettere a disposizione significati sempre nuovi che non evitano però di confrontarsi con quelli vecchi, per contraddirli o, se necessario, per liberarsene. A volte occorre dimenticare per ricordare e la cultura popolare ha imparato da tempo a convivere con l’orizzonte della scomparsa”. Essa è proprio come una ballata tradizionale che si può frammentare e ricomporre in una forma nuova, tagliando o inserendo strofe. In questo modo si evita di restaurare il passato, ma anzi si inventa il futuro. La memoria dello sfruttamento, dell’espulsione e della violenza subita è per i Gang il tramite della costruzione delle loro canzoni e Storie d’Italia ne è completamente permeata. I pezzi che compongono l’album sono il frutto di lunghi anni passati su e giù per l’Italia, sono spesso storie orali lette sul viso della gente, che tengono conto di coloro che in questi anni li hanno aiutati a capire ciò che stava accadendo. “Non hai niente se non hai storie”, afferma Leslie Silko, scrittrice indiana d’America. Le storie sono una protezione, ma anche uno strumento per cambiare il mondo. Le storie contengono una verità che non si contrappone alla “storia ufficiale”, ma ne propongono una parallela di uguale importanza. E’ chiaro a questo punto che i Gang sono vicini alla tradizione della canzone politica, della parodia e dell’ottava rima, ovvero della poesia cantata, di quella forma diffusa nella tradizione orale del centro Italia rurale in cui si riutilizzano forme letterarie tratte da grandi poemi come La Gerusalemme liberata o l’Orlando furioso. Storie d’Italia è una scommessa sul fatto che le canzoni popolari non sono finite, ma che sono, oggi più che mai, uno strumento di liberazione personale e collettiva. Più massiccio della volta precedente l’intervento di Massimo Bubola, che, oltre a intervenire in ben sette canzoni su undici, figura anche come produttore artistico. L’accompagnamento musicale, oltre ovviamente al nucleo centrale, si avvale come al solito di un sostanzioso intervento di amici (valgano per tutti i nomi di Vincenzo Zitello, Alessandro Simonetto e Moreno Touchè) che scandiscono splendidi ritmi acustici di strumenti tradizionali.
(Tratto da “Frammenti Rock”)