Tribes’ Union – Introduzione al disco

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Tribes’ Union è un EP dell’84 con solo otto brani che si susseguono per una durata di diciotto minuti scarsi. E’ un disco autoprodotto che verrà distribuito attraverso i classici canali dell’underground: negozi specializzati e soprattutto banchetti allestiti durante i concerti che lo stesso gruppo tiene. E’ l’inizio dell’avventura Gang, ancora folgorati dalla musica dei Clash e della scena punk londinese. L’album è un crogiuolo ardente in cui si fondono ingredienti rock, raggae e rhythm’n'blues, è la creatura che si sviluppa a seguito delle molte esibizioni a sostegno delle cause civili: scioperi dei minatori inglesi, benefit a favore del popolo nicaragueno, del fronte di liberazione del Salvador e altre situazioni di lotta. E’ un lavoro di rabbia giovanile, di furore internazionalista destinato a svelare fin da subito di che pasta sono fatti i Gang: i testi, tutti molto mirati e strutturati in modo essenziale, rivelano grande capacità di interagire sul sociale. Non sono solo le grandi cause che vengono trattate, ma anche, e forse soprattutto, la condizione giovanile di emarginazione e sfruttamento, quella della guerra in città, come recita uno dei loro titoli. La sorpresa è l’uso della lingua inglese che, se da una parte si allinea al movimento punk con più coerenza e immediatezza, dall’altra dichiara ancora una volta l’impotenza del nostro lessico nel rock’n'roll, l’impossibilità di affermare anche con le nostre parole la sovversione musicale giovanile più diffusa nel mondo. Ciò che appare immediato in Tribes’ Union è la scelta politica dell’emisfero boreale, del Sud. “Se un disco trasmette questa cultura popolare”, dicono i Gang, “allora la sua esistenza è giustificata e in questo album abbiamo cercato di renderla maggiormente presente inserendo, per esempio, l’intervista a Thomas Borge prima di Libre el Salvador e stralci di pellicola presi da Apocalipse Now. Se viene tagliato questo legame culturale allora la musica non ha senso, ha lo stesso valore del liscio”. L’album apre con The Challenge, un pezzo sostenuto stranamente da una musica di piglio western, un tema alla Morricone che annuncia una specie di Sfida all’OK Corral metropolitana in cui non ci sono buoni e cattivi, ma soltanto vagabondi e repressori che cercano, ognuno a modo proprio, di averla vinta. Segue War in the city, un raggae che annuncia la spedizione punitiva in città: le bande che si organizzano per rivendicare i propri diritti e la propria forza. La controparte non è un’altra banda come in West side story, ma tutto ciò che appartiene alla società borghese e chi la protegge. Si arriva poi a Libre el Salvador, un inno alla resistenza e nello stesso tempo un invito pressante agli americani di ricordarsi del Vietnam prima di invadere un altro popolo. Night in chains parla delle prigionie di ciascuno di noi che vanno da quelle metaforiche della nostra mente a quelle più concrete della prevaricazione e dell’emarginazione. Killed in action è un’accozzaglia di spie, mercanti d’armi e militari esaltati che proseguono nella loro linea delirante d’interessi, incuranti della gente normale che finisce per essere coinvolta. The last border è il superamento della linea del buon senso, il tradimento ideologico delle armate rosse che per salvaguardare l’imperialismo non esitano ad aggredire chi non è allineato. E infine Badland l’insieme di tutte le brutture generate dalla società di classe, delle sciagure che affliggono la nostra civiltà. La chiusura è affidata a Action in play un breve brano sostanzialmente solo musicale su un tema vagamente raggae in cui domina un duro scandire di batteria. Tribe’s Union, rigorosamente autoprodotto, è l’affacciarsi di una band attenta e sufficientemente arrabbiata per proporsi come una delle realtà rock più interessanti di casa nostra.
(Tratto da “Frammenti Rock”)