Una volta per sempre – Introduzione al disco

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Dopo un viaggio di sei anni, inizato con Le radici e le ali, i Gang arrivano in porto con Una volta per sempre. La trilogia è in realtà un percorso iniziatico, sono mille le strade che un uomo deve affrontare prima di trovare quella giusta, le numerose prove a cui è sottoposto prima di ritrovare se stesso. E’ il mito. E’ la tragedia. E’ la frontiera e soglia insieme, è la scelta di crescere e cambiare. Se Storie d’Italia, l’album precedente, era un percorso di vita attraverso le proprie esperienze, Una volta per sempre è davvero una tragedia che sfocia nel mito. La simbologia che accompagna quest’ultimo lavoro è del resto sintomatica: il numero dodici ricorre fino a diventare emblematico, dodici sono le canzoni che trattano di dodici avventure di dodici personaggi e altrettante sono le prove da superare. In questa ultima parte del viaggio l’uomo torna a sedersi tra i dodici, torna alla posizione centrale dell’Universo come in un’ultima cena nella terra del tramonto. Tutto è già presente nella prima canzone dell’album, Le stazioni di una passione, in cui come una sorta di premonizione appaiono i personaggi che via via andranno a costruire le presenze del mondo. Vengono loro dati dei nomi tratti dalla simbologia delle varie epoche, che vanno da quella preistorica a quella contemporanea. Troviamo così via via Olmo il contadino, Abdel il clandestino, Virus il cibernauta, Schizzo occhi spenti, Castro lo studente, Mantra sua sorella e così via. A raccontare tutte le storie è un personaggio che si astrae dal contesto per acquisire l’iniziazione, una specie di Virgilio dantesco al di sopra delle parti che dopo aver conosciuto tutti i personaggi simbolici percorre insieme ad essi le varie tappe, prima delle quali è rappresentata dall’ascolto della storia del Re Bambino. Proseguono poi verso la Corte dei Miracoli, cercano di uscire dalle Mura di Caos, abitano per alcuni giorni nel Palazzo di Babele, si fermano nella Pianura dei Sette Fratelli, assistono al Giudizio Universale, scendono nel Buco del Diavolo e da qui il narratore prende la Strada del Ritorno per incontrare l’Altra Metà del Cielo e terminare il viaggio con il Ritorno, “E’ il ritorno”, dice Marino Severini, “è l’eterna partenza, il riannodarsi con le proprie radici, cioé il solo modo per volare. Le radici e le ali possono finalmente fondersi, diventare un’unità. Il futuro ha un cuore antico, ma la vera infanzia dell’uomo abita oltre il presente. Il cerchio una volta spezzato si richiude”. Bisogna quindi andare oltre il tempo per ritrovare se stessi, bisogna sperimentare per conoscere. Mi viene in mente Albert Ayler quando nel suo folle e geniale delirio di note si appropriava delle frasi stonate delle bande di paese per ritrovare l’atmosfera di allora, la stessa che un’esecuzione perfetta non avrebbe mai potuto rendere. E’ stato necessario un lungo studio dello strumento e una profonda elaborazione del ricordo per giungere a una stonatura, sembra incredibile, ma è proprio questo che i Gang con il loro Una volta per sempre ci vogliono dire. Con Il ritorno c’è la riaffermazione della propria regalità; alla fine del viaggio nasce un nuovo uomo, in grado di rinunciare al potere per amore. E’ il percorso tragico dell’eroe del mito, dell’uomo al centro dell’Universo che si affaccia al nuovo orizzonte della storia. L’album è dunque denso di significati simbolici che possono però facilmente essere decodificati, compressi e goduti grazie anche alla cornice musicale di grande spessore che accompagna i testi. Le musiche e la voce di Marino hanno creato uno stile molto preciso, una specie di marchio di fabbrica impossibile da fraintendere. I Gang hanno ormai una collocazione precisa nel nostro panorama e se la sono guadagnata sul campo. La vocalità di Marino ha qualcosa di epico che alimenta con forza nell’ascoltatore le fantasie e le malinconie, le passioni e gli sdegni. Il pathos intrinseco delle canzoni, o piuttosto delle storie narrate, viene così potenziato e contribuisce a creare un immaginario ricco di figure e segni particolari a quello che ci si costrisce leggendo un buon libro. Anche la mescolanza tra reale e surreale assume un fascino particolare: “Il trafficante di ali/mani sporche di cera/cantava la promessa/con voce di sirena./Gli zingari dei mari/chiusi nella galera/cucivano col vento/il sogno il sogno/la vela di chi spera”. E’ una specie di Desolation row meno anarchica, dove le simbologie hanno una continuità e si palesano nel ritornello: “Sarà la riva/sarà il confine/che ci riparerà/sarà l’inizio/sarà la fine/cosa ci aspetterà”. La maturità del gruppo si vede anche dalla capacità di assemblare i testi, di saper conciliare toreri magrebini, zingari esquimesi, fachiri campesini e frati indiani con un senso compiuto di consapevolezza che non prescinde né dal personale né dal politico, quel politico strisciante che bisogna essere sempre più bravi per poter cogliere nelle sue camaleontiche trasformazioni. Ma i Gang, da questo punto di vista, hanno un substrato ricco di esperienza che li aiuta a capire ed elaborare con sufficiente lucidità senza rischiare di cadere nel luogo comune. Hanno militato a lungo nei centri sociali e nelle realtà di base facendo loro un intero bagaglio di emarginazione e sofferenza che hanno sempre tenuto presente con grande coerenza nelle loro canzoni. E poi la musica. Senza dubbio sono un gruppo rock, ma, proprio per l’infinita valenza che tale genere ha via via sempre più assunto, hanno saputo infarcirlo di mille sonorità che vanno dall’etnico al popolare. La contaminazione è elegante e armonica: l’uso della fisarmonica, per esempio, si inserisce con prepotenza ma non falsa la linea melodica già esistente, riuscendo invece a conferire uno spirito particolare che è in sintonia col testo. Di grande bellezza è il pezzo di chiusura solo strumentale, Il ritorno: concepito come una sorta di coda a sfumare, una specie di accompagnamento su cui fare scorrere i titoli finali, è diventato un brano con propria dignità prolungato oltre i quattro minuti. Qui più che mai si sposano strumenti tradizionali, sonorità elettriche e cori popolari di grande intensità che generano forti sensazioni emotive e danno davvero l’idea della nascita di un uomo nuovo. Una volta per sempre sancisce anche la prima autoproduzione dei Gang, un fatto che non vuole essere isolato e che soprattutto non vuole rappresentare un modo di lavorare stereotipato. La comunicazione deve avere immediatezza e ogni capitolo avrà una vita a sé.
(Tratto da “Frammenti Rock”)