(Intervista a cura di Paola Doricchi)
Alziamo nuove barricate: questa volta contro i Padroni della Musica
Alla fine degli anni ’80, molti gruppi emergenti, esponenti del cosiddetto “rock italiano” (fenomeno nato una decina di anni prima) tra cui noi, hanno iniziato a firmare contratti con diverse case discografiche italiane. Era la fine di un periodo fatto di etichette indipendenti, autoproduzioni, settori di mercato alternativi. Alcune realtà musicali venivano in questo modo “sdoganate” e proposte in territori più ampi e a fasce più ampie di “consumatori”. Le case discografiche provavano ad occupare anche questa fetta di mercato per vedere quanti soldi riuscivano a ricavarne e nel frattempo venivano assorbite dalle multinazionali (la CGD per esempio viene comprata dalla WEA). Questa esperienza però non ha funzionato, è stato un fallimento, il fatturato è basso e le major oggi hanno cambiato politica: o produci qualcosa che vende o torni a casa. L’esperienza della Black Out, etichetta Polygram rimane emblematica rispetto a questa vicenda. Inoltre per il rock italiano è stato un danno enorme. I gruppi si sono allontanati dalle loro realtà di base, da quelle relazioni e quei rapporti che ne avevano legittimato l’esistenza. Chi li aveva sostenuti e incoraggiati non può più comprare i loro CD o andare ai loro concerti perché i prezzi imposti dalle agenzie sono troppo alti. In generale una perdita di organicità e identità culturale. Questo proselitismo nei confronti della logica del profitto e l’ammansimento dei gruppi stessi è un modo come un altro per distruggere una scena musicale che era nata con finalità idealmente contrapposte a quelle del mercato”. Queste le parole di Marino Severini, anima, insieme al fratello Sandro, dei Gang, gruppo storico del rock italiano che ha combattuto la sua battaglia contro uno dei tanti padroni della musica e l’ha vinta. Dopo tre anni di controversie, ricatti, tentativi di imposizione di “collaborazioni famose” e avvocati – con l’aiuto di qualche giornalista de Il mucchio Selvaggio e de La Stampa, dei curatori dei due siti internet Marco Andriano e Roberto Carlini, di altri gruppi che hanno espresso solidarietà e soprattutto di coloro che li stimano e hanno a cuore il loro lavoro – i Gang sono riusciti a rescindere il contratto con la casa discografica WEA e ad avere la loro liquidazione.
Non siete sicuramente gli unici ad aver dovuto combattere contro le politiche padronali delle major. Come mai il vostro è diventato un “caso”?
Noi sappiamo per certo che la nostra è una storia comune a tanti altri gruppi che però, in genere tacciono. Non ci sentiamo di giudicarli, del resto se un operaio fa una vertenza sindacale contro il proprio imprenditore e magari la vince, comunque sa che non verrà assunto da nessun’altra azienda e allora in alcuni casi subisce e tira avanti. Comunque i rapporti tra una serie di gruppi e le case discografiche stanno cambiando, aumenteranno i conflitti e molte storie simili alla nostra verranno alla luce, questo è certo.
Per quanto riguarda le etichette indipendenti invece, il discorso cambia…
Le differenze tra le etichette indipendenti e le multinazionali sono strutturali. Da un lato ci sono pochi soldi e dall’altro anche troppi. Per le indipendenti c’è poi un costo aggiuntivo che pagano sulla loro pelle, quello della contraddizione. Le regole comunque sono le stesse per tutti, le vendite devono essere proporzionate agli investimenti sennò non c’è scampo. Eppure noi siamo convinti che l’unica politica che paga è quella che è capace di un respiro profondo e di un passo corto, di tempo e spazio lunghi e distanti: la politica del maratoneta. Tutti sono vittime del mercato e non i protagonisti, tutti subiscono le regole, non le fanno, è così per lo stato figuriamoci per gli altri. La strategia adottata invece è quella di vendere oggi il più possibile e poi domani si vedrà, ci saranno altri stili, altri gruppi, altre mode. Eppure sappiamo bene che tra semina e raccolto devono passare diversi mesi altrimenti si ha a che fare con qualcosa che non è naturale ma artificiale e illusorio. Spesso sono anche i gruppi ad ostacolare la strategia del maratoneta, vogliono tutto e subito per poi scomparire dopo una breve fiammata. Ma questi giorni chiedono di essere cantati e suonati come fossero meraviglie e non con uno sbadiglio tra le labbra. Abbiamo bisogno di capolavori non di intrattenimenti vari o di sfilate alla moda di palchi esauriti pieni di vuoto. Non abbiamo bisogno di consolatori ma di profezie.
Noi abbiamo molto rispetto per la tenacia con cui alcune etichette indipendenti, nonostante non avessero le spalle coperte da grandi sicurezze finanziarie, hanno cercato di resistere in questi venti anni. Alcune etichette per sopravvivere cercano di monopolizzare un “genere” ma questo è anacronistico, è un limite. I tempi sono caratterizzati dalla fine degli “stili” e della loro incapacità comunicativa. E’ l’energia che conta e torna ciò che è epico e ecumenico. Prevale a tratti una scena ma non più uno stile. La strada che li ha generati oggi li ha uniti, resi unici. Dopo i Clash l’epoca degli “stili” è finita. Le etichette indipendenti in Italia subiscono il mercato, per sopravvivere cercano strade nuove che poi si rivelano vicoli ciechi, non sono più portatrici di un nuovo livello di tendenza musicale in atto nella strada. Occorre superare la fase della sopravvivenza e, in una ottica di unità vera, saper di nuovo complottare e partecipare ad un progetto di trasformazione radicale delle condizioni nelle quali si trova la musica, per prima quella della strada. Altre etichette poi hanno la sola funzione di scoprire nuovi gruppi per poi venderli alle major. Questo tipo di funzione assomiglia molto ad una specie di squallido caporalato e – oltre a recare un danno all’identità delle etichette indipendenti – rappresenta la condanna a rimanere in una condizione di valvassini in un sistema di produzione, promozione e diffusione musicale che io ritengo feudale. Le grandi corporazioni come la SIAE o l’ENPALS o l’Associazione dei discografici italiani sono i feudatari, manager e agenzie i vassalli, promoter locali avvinghiati agli interessi politici degli assessorati i valvassori, infine i promotori di festival e di sagre varie, i titolari di club i valvassini.
Per cambiare questo stato di cose probabilmente bisogna iniziare a buttarne giù le fondamenta…
Intanto bisogna considerare tutto ciò per quello che è: un mercato del lavoro senza regole, lasciato in balia di potentati vari. I musicisti per primi non amano considerarsi operai della musica ma lo sono nei fatti e senza tutele di alcun tipo. In Italia non esiste un sindacato né per i musicisti né per i tecnici audio e luci o per i montatori di palco o per i fonici, ti pare poco? Per uscire dalla precarietà e dal sommerso, per dare dignità culturale a ciò che facciamo ci vuole una regolamentazione del mercato del lavoro. Una legge che sia espressione dei bisogni reali di chi è meno tutelato, che protegga le etichette indipendenti meno garantite, che incentivi le associazioni culturali e musicali e gli operatori di base, che preveda sale prove gratuite, scuole di musica, realizzazione di auditorium. Bisogna fare in modo che la musica sia prima di tutto socialità nei mezzi di produzione e nel suo consumo, che sia considerata un bene culturale quindi “di prima necessità”, accessibile a tutti tramite prezzi imposti per i CD e per i concerti. E’ necessario creare un ponte tra il tessuto sociale e le istituzioni, insomma una sorta di bilancio partecipativo anche per quanto riguarda le politiche culturali. Credo anche che se si ristrutturassero i “feudi” di cui parlavo, si riuscirebbero a trovare i soldi da redistribuire e investire in questo senso. Tutto ciò comporterebbe di conseguenza una minore presenza delle agenzie americane e inglesi che monopolizzano quasi tutto il mercato della musica. La presenza del settore pubblico aprirebbe sempre di più a settori diversi e gestiti diversamente. Io spero che tutto ciò diventi presto un progetto che vada a far parte di un sogno più grande, quello di un paese liberato. E’ solo una scintilla ma con la pioggia che manca e il vento che sta arrivando è possibile che l’incendio divampi sulla prateria…
Paola Doricchi