Tratto dalla rivista MUCCHIO SELVAGGIO
“GANG: appunti di un lungo viaggio”
Viaggiando in treno verso Ancona lungo la dorsale adriatica il mare balena dai finestrini improvviso, luccicante sotto un cielo tersissimo e un sole tiepido che annuncia la primavera alle porte. E’ un mare che attacca la terraferma senza lasciarle il tempo di dire no. La massicciata che cade a piombo, pochi metri di ciotoli arrotondati dalle onde ed è subito acqua, singolarmente limpida nonostante non manchino lungo la costa porti e scarichi industriali. Ma poi, quasi pentendosi, nostalgico della solidarietà di quella spiaggia esigua, il mare esita a inabissasri e lo vedi già solo passandogli accanto che ci si può inoltrare in esso per centinaia di metri prima che non si tocchi più. In altri tempi avresti pensato che ci potevi arrivare a piedi in Jugoslavia e che sarebbe stato bello. In altri tempi prima della guerra, ti sarebbe venuto in mente “ora lo faccio”. Ma l’Est ha finito di consumare i suoi infiniti, sanguinosi tradimenti e non puoi più andare che a Ovest, piegando un pò verso Sud. Sceso dal treno, la cadenza dolcemente burina della parlata marchigiana -toscanismi che si insinuano in parole troncate prima dell’ultima sillaba, come nel romanesco più stretto- ti culla le orecchie. Ancona sembra poetica come solo i porti sanno essere, vecchie case popolari con le facciate scrostate dalla salsedine e viadotti colanti ruggine, ristoranti con le tovaglie a quadri da cui escono folate di fritti e giardini polverosi e sgargianti. Non c’è tuttavia tempo per ammirarla e le altre meraviglie attendono nella breve corsa in macchina verso l’interno. Come Macerata, saliscendi vertiginosi e squarci di Medioevo che ti bloccano sui tuoi passi girato un angolo. Anche Filottrano, accoccolata su una collina (da qui messere, si domina la valle), è bella, di una bellezza fra l’aristocratico, che ancora emana dai palazzi che furono dei proprietari terrieri, e il contadino. Raccolta, mentre sulle colline intorno le sue sette frazioni si allargano in un paesaggio che scommetteresti essere langarolo, verde e tondo com’è, se la macchia mediterranea non convivesse con pini e abeti. Terra di agricoltori dalle mani ruvide come cortecce d’albero e larghe come le vanghe che affondano nelle zolle color ocra. Terra di emigranti, che però poi tornano sempre e diventano muratori per costrire un nido ai figli. Da qui, idealmente, partirono i Gang, sedici anni fa, con valigie traboccanti miti d’America e un ghetto blaster che cantava che quella era Radio Clash, e Gibson Les Paul, stivali da cow-boys, sogni, inni di battaglia in divenire. E qui sono tornati, riportando tutto a casa. Non più vecchi, più saggi. Sebbene l’Adriatico sia vicino da queste parti il clima, mi si dice, è rigido. E difatti il mattino dopo, se anche fuori il sole splende, nel soggiorno di casa Severini c’è bisogno di accendere il fuoco per cacciare il freddo. La conversazione che seguirà, intreccio di storie, ragionamenti, risate, avrà dunque come sottofondo il crepitare dei ceppi nel camino. Qui d’inverno vengono giù talvolta tormente felliniane, ma l’ultimo si è astenuto. Marino ha dovuto fare cinquanta chilometri per vedere la neve. Di neve comincia a essercene nei suoi capelli, che dopo lunga lontananza ho scoperto brizzolati. Ma il sorriso è contagioso e i lineamenti distesi paiono più giovani dei quarantaquattro anni attraversati. La chioma di Sandro (per fortuna che ci pensano i fratelli minori a rimetterti in carreggiata) è viceversa ancora corvina ma il viso, dai segni profondi, sembra sempre più quello di un guerriero indiano. Ho ascoltato Controverso, che quando mi leggerete sarà da qualche giorno nei negozi, con il timore che non l’avrei amato, come non ho amato Una volta per sempre, di cui a distanza ormai di anni apprezzo solo il coraggio, non le canzoni, e Fuori dal controllo, che con il tempo è lievitato e qui e là mi fa fremere, ma non come le più intense Storie d’Italia raccontate da chiunque negli anni ’90. Ed è stato splendido innamorarsi di nuovo, di giochi di chitarre fra blues e insurrezione, tastiere fra balera e chiesa negra, parole mai così sottopelle, scavo in un’intimità ferita ma non doma. Da lì è partito il nostro discorrere, mentre un tepore anche metaforico si diffondeva per la stanza e in gola scorreva del Rosso Piceno. Profumo fruttato, sapore armonico, asciutto ma morbido, con un piacevole retrogusto di liquirizia. Mescolanza di Sangiovese e Montepulciano che tiene alta una bandiera in una regione in cui -mi raccontava Marino in una sosta per strada, scrutando lo sfumare dei campi nei boschi- da sempre, da quando qui c’era lo Stato della Chiesa, i bianchi prevalgono non soltanto in enoteca. Una conferma che, sì, rosso può ancora essere bello.
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Ho già letto di Controverso come di un album autocelebrativo, che ricicla intuizioni passate. Punto di arrivo di un lungo viaggio, volendola mettere giù gentilmente, e momento di riflessione su ciò che è stato. Non sono d’accordo. E’ certamente un approdo ma a me pare soprattutto, per usare un termine caro a un celebre allenatore, una ripartenza.
MARINO: Lo è nei fatti e lo era nelle intenzioni. Tanto per cominciare perché c’è una band nuova ma già rodata, visto che sono tre anni che suona insieme. Pe inciso, è la formazione dei Gang che è durata più a lungo dagli esordi a oggi. E’ un disco che è nato in maniera completamente diversa dai predecessori, che erano frutto di una programmazione giocoforza esasperata. Lì si trattava di decidere a tavolino cosa si voleva dire e poi dirlo scrivendo le canzoni, e poi scovare i musicisti che ci sembravano più adatti a suonarle quelle canzoni, e magari non tutti erano disponibili quando lo si voleva noi e non si finiva mai di risolvere problemi e crearne altri. Questo in parte lo abbiamo scritto sulla strada (e difatti, nell’intervista concessa a Max Stèfani un anno e mezzo fa, pubblicata sul numero 324, già ricorrevano i titoli di alcuni di questi brani NdI), scoprendo man mano le potenzialità del gruppo e affinandole. E’ un modo di lavorare del tutto differente, un’altra dimensione, di cui ci eravami scordati. E sono uscite quelle canzoni lì.
Io l’ho percepito come come quel seguito che Storie d’Italia non aveva avuto. Perché non sono tali né Una volta per sempre, in cui gli spartiti patiscono la tirannia di un cantare logorroico, né Fuori dal controllo, che è -quello sì!- un tornare nostalgico al passato, alle fascinazioni clashiane degli esordi. Con anche belle canzoni, intendiamoci, ma senza il traboccare di emozioni, un traboccare misurato se mi si consente la contraddizione in termini, che è di Controverso. Erano lavori che andavano in direzioni opposte senza che nessuno dei due fosse ben focalizzato. Vedo invece continuità fra Storie d’Italia e Controverso a livello di atmosfere. E poi per l’attenzione ai testi. Azzarderei che sotto questo profilo sia addirittura, l’ultimo, il vostro album migliore. Penso a Paz, penso all’incipit assolutamente memorabile -”Ho la pelle fatta/di sale d’attesa/delle notti ho l’età/ho curvato i giorni/come fanno i treni/e ho sorpreso le città/cose che soltanto il cuore/può vedere”- di Se mi guardi, vedi.
MARINO: Sinceramente non saprei dirti se sia questo il seguito di cui parli. Quanto alla riuscita dei testi deriva, posso ipotizzare, dal fatto che crescendo si impara. E poi c’è stato più tempo del solito per lavorarci.
Sono liriche essenziali, senza una parola più del necessario, che aiutano il disco a essere a suo modo politico facendo passare però la politica per la poesia del quotidiano, non per lo slogan come a volte in passato. Credo che una delle doti più apprezzabili di un album valido anche musicalmente sia questo suo dire sussurrando.
MARINO: Sono contento che i testi oggi risultino più sobri che ieri e riconosco che ci sono stati momenti in cui c’era un grande ingolfamento, un gran lavorìo che facevo più o meno tutto da solo. A parte che c’era proprio la volontà di uscire fuori dal luogo comune degli sloganismi, è anche qui che si vede che i Gang sono di nuovo una band. Lavorando con un gruppo vero capisci subito se un testo funziona, oppure se pesa troppo e non permette ai musicisti di suonare. Mi piace che il disco si permetta un’intimità diversa con il nostro pubblico. Per quanto attiene l’aspetto musicale, si voleva ritrovare un’energia rock con un gruppo che ce l’ha dentro. Lo trovo selvaggio, ma non nel senso di istintivo, ché c’è del ragionare dietro, magari più con il cuore che con la testa. Controverso riprende una tradizione del rock che è comunque popolare. Se vuoi, Le radici e le ali, Storie d’Italia e Una volta per sempre erano un ritorno a casa, alle tradizioni di questa nostra terra, che è servito per un ritorno a un’altra casa, quella del rock, con una convinzione maggiore. Sembrerà paradossale, ma per noi rapportarsi oggi a tale stile, in termini non solo di linguaggio ma pure di cultura, è assai più naturale e facile che non agli inizi, quando c’era un modello cui rifarsi come quello dei Clash. Modello peraltro fondamentale per tutte le nostre successive evoluzioni perché ci ha impartito il comandamento più importante: siate aperti.
Qui il primo e unico brano à la Clash è Prima della guerra, il dodicesimo su tredici, e va bene così. Mi ha colpito questo tuo riferimento a Controverso come a un disco “selvaggio”, quando io l’ho trovato molto… posato. Sereno con un fondo di angoscia.
MARINO: Sereno, innanzitutto. Quando dico “selvaggio” non intendo necessariamente come l’antitesi di “ragionato”. Solo che è un album impressionista, che non cerca di mediare.
E’ emozionante.
MARINO: Ecco cosa intendevo per “selvaggio”! I dischi precedenti erano sempre stati costruiti per partire da un punto e arrivare a un altro. Qui ci siamo lasciati andare di più.
Mi dicevi ieri che era la prima intervista che fate per promuovere l’album. Allora vi pongo la domanda alla Marzullo, o se preferisci alla Mollica o alla Luzzato Fegis, che tanto inevitabilmente vi faranno. Così vi allenate. E’ più “contro” o è più “verso”?
MARINO: Questa da te non me l’aspettavo. E’ più “verso”, o almeno così lo sento io al momento. Saranno gli anni a giudicare.
SANDRO: Però musicalmente, se si guarda a cosa funziona adesso in Italia è più “contro”.
MARINO: Ritengo che sia un disco che prospetta delle possibilità. Che tenta di violare i confini dell’orticello in cui siamo un pò tutti rilegati.
Ci sono tanti angeli e qualche demone a spasso per i suoi solchi.
MARINO: Per forza. Perché la tendenza in anni come questi di trasformazioni obbligate è scegliersi una tana o il paradiso, e anche puntare sul fatto che il paradiso è nella carne, non per forza di cose nei sogni, e che vale la pena cercarlo e viverlo. Pure questo è un progetto rivoluzionario e vogliamo contribuirvi con il nostro granello di sabbia, per fare quella grande spiaggia di cui parlava Patti Smith. Stiamo entrando in un’era di paganesimo e questo è un fatto.
Ed è pure il tema di Nagual il messaggero, che trae ispirazione da Castaneda. Diverse di queste canzoni erano già in scaletta, nei concerti, due anni fa.
MARINO: Sì, qualcuna. Ce ne sono anche altre che abbiamo suonato dal vivo e non hanno trovato posto sull’album, non tanto perché inferiori ma in quanto estranee a un sentire che apparenta le prescelte. Si voleva evitare l’ammucchiata e di annoiare, un’ora è già abbastanza.
SANDRO: E’ la prima volta che lasciamo fuori dei pezzi, sei o sette, alcuni quasi finiti. Di solito si scrivevano dodici canzoni e dodici se ne registravano.
Andiamo alla ricerca del tempo perduto. Torniamo all’unione delle tribù.
MARINO: Tribes’ Union usciva nel 1984 ma era il prodotto di quattro anni di concerti qui in zona, il primo nel settembre ’80, all’inizio come Paper’s Gang. Che posso raccontarti? E’ una canzone sentita infinite volte, sempre la stessa. C’era la voglia di scappare da un piccolo paese quale è questo, dalla noia della provincia. E una volta che sei fuggito scopri che è la lontananza da casa che ti fa capire chi sei e che per confrontarti con gli altri devi acquisire la consapevolezza della tua identità. Che quello che fai non è soltanto un gioco ma forse è qualcosa di più, per te, per il gruppo e anche per altre persone che partendo dalla più semplice delle canzoni si costuiscono un immaginario. C’era una gran bella energia all’inizio degli anni ’80 da queste parti. Era un’epoca che io chiamo del Risveglio. Il punk inglese o quello che ne restava, soprattutto i Clash, qui nel Maceratese era una bandiera. E per riunire le tribù le bandiere sono importanti e le divise pure.
Non a caso si parlerà poi di rivolta dello stile. I Clash erano un gruppo… elegante.
MARINO: Oh sì! Lo stile era tutto. Lo stile aggregava. Era un qualcosa con cui noi facevamo i conti per la prima volta.
Strummer e compagni riscattarono la divisa dall’essere simbolo negativo. Hanno insegnato una cosa o due ai Public Enemy.
MARINO: Non solo a loro. Propagandavano una cultura che veniva dalla strada e che potevi riconoscere come tua e finalmente affermare alla luce del sole. Erano rock’n'roll, che è ciò che ci ha salvato la vita. Frase fatta ormai, ma vera. Durante i nostri anni ’70 l’avevamo dovuto covare nell’intimo, perché da noi allora era il cantautorato ad aggregare i circoli giovanili. Canzoni come Contessa.
Due coglioni!
MARINO: E invece ora potevi fare del grande rock’n'roll senza rinunciare a essere comunista. In crisi, ma comunista. Era un essere contro più volte. Giovani in una cittadina di provincia piena di anziani e non proprio di sinistra, e con dei miti che arrivavano da lontano. Era una rivolta generazionale, politica, culturale.
Al principio Filottrano è stata determinante perché era il posto da cui scappare. In seguito è diventata fondamentale per il motivo opposto, perché vi siete accorti che quello che eravate lo dovevate in parte a Filottrano.
MARINO: Esatto! E allora è diventato necessario riscoprire i padri e cantarli. Il ritorno a casa è cominciato con Le radici e le ali. Non c’era più la bandiera dei Clash che in qualche modo ti copriva le spalle, bandiera che era stata utile all’inizio, per catturare un pubblico che aveva mitizzato quella band e se ne sentiva orfano, ma ormai era divenuta un pesante fardello, un’ombra sotto la quale non si poteva restare in eterno.
Tuttavia riascoltando Tribes’ Union e Barricada Rumble Beat con il senno del poi si scoprono già in essi elementi indigeni. La fisarmonica di The last border, ad esempio, ha quel sapore inequivocabilmente marchigiano che si può ritrovare in gruppi folk come La Macina.
MARINO: E difatti il ragazzo che la suona, si chiama Bruno Uncini, oggi gira i locali qui in zona suonando il liscio.
Poi c’è Reds, che è cantato ancora in inglese ma che è per la prima volta facile immaginare cantato in italiano. Impregnato di umori popolareschi e con dentro Ambrogio Sparagna. Un lavoro meno riuscito di Barricada Rumble Beat ma più cruciale, perché ponte verso ciò che i Gang sarebbero diventati, a partire da Le radici e le ali. Che se vogliamo è anch’esso un momento di passaggio che è poi però diventato un disco-simbolo, che un’intera scena ha caricato di tutta una serie di significati. In questo ha giocato parecchio un titolo dalle fortissime valenze simboliche.
MARINO: Molto ripreso, guarda caso. Ma il valore gli è stato dato dopo, da una scena che è cresciuta in Italia e che quando uscì era solo nei nostri sogni.
Hanno raccolto altri. Voi avete gettato i semi ma non eravate più nei campi quando è venuto il tempo della mietitura.
MARINO: Era diventata una noia anche quello. Dopo sei anni l’ispirazione era sfiorita. Non valeva la pena di ripetersi e con tutte le realtà che lavoravano su progettualità del tipo Le radici e le ali proseguire su quella strada ci avrebbe fatto diventare scontati.
Ieri sera si discuteva di Lou Reed e di come lui veda ogni suo album come un capitolo del Grande Romanzo Americano. Il vostro è un piccolo romanzo che dalla provincia italiana getta un occhio sul mondo.
MARINO: Spero che alla fine resti quello. Anch’io vedo ogni disco come un momento di un percorso. Il singolo capitolo può essere più o meno felice ma amo pensare che conti il disegno d’assieme. E’ il punto d’arrivo che determina il giudizio sulla strada percorsa.
Le radici e le ali è un album imperfetto ma affascinante. Imperfetto perché era il primo con i testi in italiano e un pò si avverte. Non c’è quell’economia che è di Controverso. Talvolta c’è la parola di troppo, la costruzione eccessivamente elaborata, la metafora insistita oltre il lecito.
MARINO: Anche negli arrangiamenti qui e là abbiamo calcato la mano. Troppo entusiasmo, troppa voglia di dire un sacco di cose tutte in una volta.
Sono caratteristiche da esordio, quale in un certo qual senso era.
SANDRO: Però resta un disco chiave per noi, perché qualunque cosa fatta in seguito lì, almeno accennata, c’è.
Siamo arrivati a Storie d’Italia, l’album di una maturità che nondimeno ha saputo tenere vivi i sogni. Un disco pressoché perfetto. Non è che ne puoi tirare via, per dire, due canzoni, ché non si saprebbe quali scegliere. Certo, magari levando Duecento giorni a Palermo vi sareste risparmiati un tot di guai. E forse sì, sarebbe stato un album ancora migliore, con un brano in meno della stirpe Socialdemocrazia / La lotta continua. Genìa che personalmente non amo.
SANDRO: L’abbiamo messa in ogni disco una canzone così.
Non nell’ultimo. Al limite il pezzo con Erri De Luca, che però è una cosa diversa e si allaccia piuttosto a Colpevole di ghetto, la collaborazione con Tom Robbins nel precedente.
MARINO: E’ sempre quello lo scopo. Sei stato in un posto, ti è piaciuto da matti, vorresti che tutti quelli cui sei affezionato ne avessero un pò. Sei talmente innamorato di quello che hai letto che vorresti che quella parte di pubblico che non lo conosce provasse della curiosità. Dopo tocca a loro andare a comprarsi i libri se qualcosa è arrivato, non tanto nella storia quanto nel tono della voce. Storie d’Italia è l’album che mette bene a fuoco quanto in Le radici e le ali era in nuce. Aiutò la produzione di Bubola, che da esterno fece un lavoro di regia essenziale. Uno sfrondatore bravissimo.
Non so come andarono le cose per quanto attiene ai rapporti umani, io giudico i risultati e sulla base di ciò che ascolto mi pare che la collaborazione con Bubola abbia avuto esiti eccezionali. Evidentemente c’erano delle affinità.
MARINO: Tanti amori comuni. Se aggiungi la sua grande professionalità…
Lui è uno abuituato a scrivere canzoni in un certo ambito e credo che vi abbia insegnato delle cose, che magari non si sono viste nei due dischi successivi ma che in Controverso si vedono eccome, a livello di economia dei testi, del far passare un’idea più attraverso una metafora che per uno slogan. E comunque, quando ascolto Storie d’Italia, lui mi sembra -come dire?- uno della famiglia.
SANDRO: E’ quello che ripeteva sempre lui! Io sono il terzo Gang!
MARINO: Devo però dirti, con molta onestà, che era un rapporto, dal punto di vista artistico, finito lì. Anche perché Bubola secondo me è un grande -lo dico con il massimo rispetto- garzone. E’ uno che per gli altri fa cose meravigliose ma quando diventa il padrone della bottega funziona in maniera diversa. E lì bisognava capire bene chi fosse il garzone e chi il padrone della bottega. Un altro album con lui avrebbe creato confusione. Non nei risultati, proprio nella gestione del lavoro. E sarebbe stato ripetitivo.
SANDRO: Il massimo che si poteva ricavare da quella squadra è già lì.
MARINO: Avremmo potuto fare qualche altra canzone insieme, ma non un disco intero.
Storie d’Italia è un momento essenziale nella vicenda dei Gang non soltanto artisticamente, ma pure commercialmente. Vende bene e vi pone in quella posizione di forza che vi consentirà di fare Una volta per sempre. Questo se si guarda il bicchiere mezzo pieno. Guardo il bicchiere mezzo vuoto e provocatoriamente vi dico che è proprio quello il momento in cui le cose per voi sono andate storte. Nel senso che quell’album avrebbe potuto vendere di più. Potevate diventare… Ligabue. O come minimo i CSI.
SANDRO: Il problema è che non abbiamo mai avuto delle persone disposte a lavorare con noi per qualche anno, per vedere fin dove si poteva arrivare.
MARINO: Il feeling con la CGD è durato poco perché piano piano se ne sono andate, o sono finite in posizioni di rincalzo, le persone che credevano in noi. Poi ci fu qualche problema anche con la Barley Arts, con la quale si era a lungo lavorato bene. E infine fui io ad avere dei problemi, un crollo psicologico. Ma non ho rimpianti.
Il tour fu interrotto e il disco non venne promosso come richiedeva e meritava. Mi sono sempre chiesto fin dove sareste arrivati se l’aveste portato in giro per due anni.
SANDRO: Guarda però che gruppi che sono arrivati dopo, assai più spinti di noi, non hanno venduto quanto Storie d’Italia.
MARINO: Storie d’Italia ha stabilito un precedente, come accadde con Barricada Rumble Beat che aveva venduto diecimila copie, in assoluto poche ma a livello di indipendenti, in quegli anni, un risultato incredibile. Storie d’Italia replicò in grande. Me lo ricordo come se fosse ieri. Si era a Milano a mixare con Dentes e si diceva “guarda che è un disco che se venderà ventimila copie sarà un successo” e Massimo, abituato ad altre cifre con De André, era incazzato nero: “Ma come! Tutto questo lavoro per vendere ventimila copie? Ma siete impazziti?”. Poi ha venduto molto di più e seguita a vendere, anche se è Le radici e le ali l’album che più è restato nel cuore del pubblico, quello per cui verremo ricordati. Non capisco perché ma è così.
Forse perché è il disco con i picchi più alti: Bandito senza tempo, Johnny lo zingaro, Ombre rosse, Oltre, la stessa Le radici e le ali. Forse perché vide la luce in un momento particolare. Stavano uscendo le posse e c’era l’entusiasmo per quella comunicatività inedita.
MARINO: Artisticamente fu un bel periodo ma umanamente, per me, fu pessimo. Ma sono felice di aver fatto degli album che sono diventati dei punti di riferimento, che è una cosa che non riesce a molti. In qualche momento abbiamo avuto un ruolo nella nascita della nuova canzone d’autore italiana.
Ed ecco la pietra dello scandalo: Una volta per sempre.
MARINO: Fu il frutto della voglia di completare quella trilogia che a quel punto si delineava come rappresentazione teatrale, era questa la sua ambizione. Si voleva andare al di là della singola canzone rendendola parte di un quadro più ampio.
SANDRO: Qualunque cosa se ne pensi, resta indiscutibile che è il disco più originale che abbiamo pubblicato, quello dove ci sono meno legami con altri gruppi. Lì è difficile trovare riferimenti precisi.
MARINO: Se mi dici che avrebbe avuto bisogno di un respiro più ampio, be’, su quello ti do ragione. Sono conscio del fatto che presuppone tanto dall’ascoltatore e che non offre alcuna lusinga. Mettiamola così: è un album che abbiamo fatto per noi. C’erano le condizioni e abbiamo deciso di farlo.
SANDRO: Ogni gruppo dovrebbe prima o poi permetterselo un disco così.
E’ l’ultimo album per la CGD. Sapevate che sarebbe stato l’ultimo quando eravate in studio a registralo?
SANDRO: No,è solo un caso. Il contratto venne girato dalla CGD alla WEA ma pure Fuori dal controllo, volendo, avremmo potuto farlo per la CGD.
MARINO: E infatti è un disco fatto più in casa CGD, prima che il contratto passasse di mano.
E’ un album del ritorno al rock.
MARINO: Nel frattempo c’erano stati gli anni dei Nirvana, che noi ci siamo persi perché eravamo impegnati in altri trip, primo fra tutti quello della musica etnica.
I soliti tempisti!
MARINO: E così abbiamo scoperto in ritardo gente come i Pearl Jam, che ci ha dato la voglia di tornare al garage di casa, a una dimensione della quale cominciavamo a sentire la mancanza. Naturalmente ci siamo tornati con una consapevolezza diversa, avendo capito quanto rock’n'roll e folk siano prossimi. Devo ammettere che Fuori dal controllo non è stato un disco sentito più di tanto da noi, perché non c’era ancora un gruppo vero a suonarlo. Fu provato per quindici giorni e via. Controverso ha avuto una gestazione parecchio più lunga ed è il primo album di cui mi sono goduta la preparazione. Perché non l’ho pensato come servizio a un movimento.
Mi ripeto: il primo disco senza un La lotta continua.
MARINO: Lo so che non hai mai amato quel brano. Ti ricordi un nostro incontro a Torino proprio nell’anno di Le radici e le ali? Mi dicesti che sarebbe diventato per noi ciò che La locomotiva è per Guccini, l’unica canzone che non puoi permetterti di non mettere in programma quando suoni dal vivo, e io ti dissi ma no, fa parte di una stagione, la gente la dimenticherà. E invece non c’è verso. Te la chiedono sempre e non puoi esimerti dal farla. Ti confiderò però che oggi la canto con spirito più festaiolo che barricadero, anche perché è un pezzo ideale per presentare il gruppo. E’ puntualmente il momento più casinaro di ogni concerto, serve a sdrammatizzare e sarebbe un peso solo se la facessimo senza distacco critico imposto dagli anni. Mi piace che quando la suoniamo mi trovo davanti più facce sorridenti che pugni chiusi. E’ diventata una foto ricordo, un “come eravamo”.
Forse non c’è più un La lotta continua in Controverso perché adesso sarebbe necessario aggiungere un punto interrogativo alla fine.
MARINO: Anche. Io comunque questo disco lo trovo ottimista, nel senso che finalmente c’è il coraggio di affrontare la situazione senza più mettere il bene da una parte e il male dall’altra. E’ un passaggio denso di scoperte. In passato l’eredità catolica e comunista pesava con il suo manicheismo. Il male non è, il bene non è.
Mi sorprende che lo definisci ottimista. Secondo me c’è una grande malinconia di fondo.
MARINO: C’è nostalgia, più che malinconia, delle piazze e di un tempo in cui c’era spazio per le battaglie ideali. Ci sentiamo esclusi dalla Storia, ci hanno fatto fuori. Il making history di Linton Kwesi Johnson è divenuto impossibile, almeno al momento. Però nel contempo la nostalgia ti consente di creare una dimensione mitologica, poetica. Non significa né appiattimento né cinismo.
Paz misembra un brano straordinariamente significativo.
MARINO: Quello è un testo che ho scritto e riscritto e c’era l’elenco delle cose che Andrea Pazienza si era perso morendo e alla fine mi sono accorto che in realtà forse non si era perso niente che sul serio valesse la pena di vivere.
“Non ti sei perso niente” permane nella memoria molto di più di “Vuoi mettere risorgere”.
MARINO: E’ anche un modo per consolarsi. E’ anche la voglia di consolarsi e di rimproverarsi per quel “prender tempo e non vedere l’ora”.
In altre parti del mondo la storia la si fa ancora.
MARINO: Senza dubbio. Però per ritrovare un contatto con lì dove la storia si fa, nel Terzo e nel Quarto Mondo, noi dobbiamo entrare nella mitologia. Rifarci le ossa, la pelle, trasformarci. Il messaggero non ti porta niente di consolante, ti porta le macerie. Scoprirai una parte di te che magari non sei disposto ad accettare e non comunicherai con loro al di là di scambi superficiali, perché ciò che lì sostiene la Storia è la Mitologia, non viceversa, perché laddove la storia ha prevalso sulla mitologia c’è stato il comunismo e non ha funzionato. Dobbiamo ammetterlo: non ha funzionato. Pensa al Mozambico, alla Jugoslavia, all’Albania, o anche a certa Sinistra di casa nostra. Ma questo non significa non essere più comunisti, non tendere all’ideale.
In Paz fai l’ultimo prezzo a Bologna: “Bologna non c’è più/se l’hanno presa loro/è un cumulo di noia/che spendi e paghi caro/Bologna è una carogna/che non ti vuole vivo/da quando non ci sei/Bologna non c’è più/non ti sei perso niente Paz”. Sono versi che offenderanno molti, come sovente fa la verità.
MARINO: Che sia caduta Bologna non piace nemmeno a noi, ma non possiamo restare ciechi di fronte ai perché. E’ proprio sul problema dell’immigrazione che Bologna è cambiata ed è caduta, per l’incapacità della Sinistra, con tutti i suoi buoni sentimenti, di differenziarsi davvero dalla Destra su questo tema.
Tutto è sfumato. Non si dice nemmeno più destra o sinistra, ma centrodestra, centrosinistra.
MARINO: Io, per la prima volta dopo tanti anni, non ho più votato. Su cosa ti confronti ormai? Sull’illumunazione pubblica? Non dico che non sia importante, però non è niente rispetto a ciò che significa il valore della vita. Quello che resta del comunismo, che poi è la socialdemocrazia, si accontenta di difendere lo status quo in Occidente a scapito di tutto il resto. Difende dei privilegi, diciamocelo. Sono le contraddizioni che Pasolini aveva già individuato. Lui è uno che va riscoperto, rivalutato, riletto. Ecco perché ho ritirato fuori Le ceneri di Gramsci, che è un testo chiave sull’esclusione della storia.
Difatti lo citi molto in Controverso, dedicando poi un altro bel mazzetto di citazioni all’Apocalisse. Ottimsta eh? Mentre musicalmente state fra i Pearl Jam e Bubola, De André e Dylan e qualcuno ci sentirà Ligabue. Io ci sento Springsteen. Confessate! L’organo in Dopo come primavere è quello di Danny Federici.
MARINO: Che resti fra noi! Ha voluto mantenere l’incognito.
Non vi chiedo dove saranno i Gang fra sedici anni perché, come dicevano i Clash, the future is unwritten. Annoto solo che l’età media del gruppo si è parecchio abbassata.
Marino: Pensa che Paolo, il batterista, lo accompagnavo all’asilo. Ha ventitre anni, come pure Fabio, il nuovo tastierista. Potrebbero essere miei figli.
Ventitre anni? 1977, dunque. Grande annata.
MARINO: Puoi dirlo forte!
*****
Così parlarono Marino e Sandro, per tre ore, prima che papà Cesare tornasse a casa dal lavoro e quella bellissima popolana che è la loro madre convocasse tutti al desco, di queste e altre cose ancora che per riferire di tutte avrei dovuto scrivere un libro e chissà… Del loro amore per i Pogues, ad esempio, dei Modena City Ramblers e di Assalti Frontali, del caro estinto Bettino e di Erri De Luca e di qualche altro massimo sistema. Anche, a microfono chiuso, della loro delusione per i continui rinvii imposti dalla WEA all’uscita di Controverso e della speranza che il non idilliaco rapporto con la casa discografica in qualche maniera si ricomponga. Ma pure della determinazione ad andare avanti comunque, a costo di tornare all’alveo delle indipendenti. Perché ci sono tante storie da raccontare ancora e, dunque, tante canzoni da scrivere. Tornando a casa, ho rimesso mano ai vecchi dischi dei Gang. Sulla busta interna di Barricada Rumble Beat ho trovato due citazioni di cui mi ero del tutto dimenticato. Mi sono piaciute immensamente. La prima è quella che avete letto all’inizio. La seconda è di Woody Gutrie. “Odio le canzoni che ti fanno pensare che sei un buono a nulla. Odio le canzoni che ti fanno pensare che sei nato solo per perdere. Destinato a perdere. Non va bene a nessuno. Perché o sei troppo vecchio o troppo giovane o troppo grasso o troppo magro o troppo brutto o troppo questo o troppo quello. Canzoni che ti buttano giù o che ti prendono in giro per la tua sfortuna o per il tuo viaggiare. Io combatto questo tipo di canzoni e lo farò fino al mio ultimo respiro e all’ultima goccia di sangue”. A tale manifesto programmatico i Gang sono rimasti sempre fedeli. Non si potrà mai ringraziarli abbastanza per questo.
EDDY CILìA