(intervista rilasciata per il sito Virgilio Musica, 13 maggio 2004)
Gang, e “Kowalsky” si diede al folk…
Nelle parole di Marino Severini, la collaborazione con La Macina, i ricordi e i progetti futuri della formazione combat-rock più longeva d’Italia.
I Gang dei fratelli Marino e Sandro Severini, nell’attesa di uscire con un nuovo album (l’ultimo è Controverso del ’2000), si sono presi una vacanza dal loro caro combat-rock (che li ha resi negli anni una bandiera della musica “antagonista” italiana, senonchè alcuni dei discepoli più credibili dei grandi Clash…) per dedicarsi ad un progetto estemporaneo quanto gratificante: incidere un cd, Nel tempo ed oltre, cantando, assieme al collettivo de La Macina scambiando il proprio repertorio (“Sesto San Giovanni”, “Eurialo e Niso”, “La pianura dei sette fratelli”, l’amatissima “Kowalsky”) con le ballate tradizionali marchigiane, da sempre un marchio di fabbrica del gruppo di Gastone Pietrucci. Il risultato è di quelli da annotare alla voce “dischi preziosi” con canzoni che, nutrite dalla forza dirompente della Memoria, sanno fare ancor più “rumore” (un esempio su tutte: “Stavo in bottega che lavoravo…”) delle loro “sorelle” elettriche. Ne abbiamo discusso per telefono con la voce dei Gang, senonchè affabile conversatore, ovvero il grande Marino Severini.
So che siete reduci da un ennesimo concerto in compagnia di Billy Bragg, il grande folksinger inglese a cui i Gang sono legati per ovvie affinità elettive…
“Si, ma per noi suonare con Billy è sempre “una prima volta” – ridacchia, NDR – ; ci siamo conosciuti più di vent’anni fa e ad ogni incontro si finisce sempre a parlare delle nostre passioni reciproche: i Clash, Antonio Gramsci, Woody Guthrie…”
Ci siete rimasti male quando Bragg non vi ha chiamati a partecipare a quei suoi due dischi in cui musicava dei testi inediti dello stesso Guthrie? Alla fine furono gli americani Wilco a fargli da “band d’accompagnamento”…
“Già, ma se ci avesse invitato a quelle session, dubito che ci saremmo messi a fare i Wilco e basta: avremmo svolto il ruolo di Woody Guthrie! E allora non ci sarebbe più stato spazio per il buon Billy… Ma ti immagini? I Gang cantano Guthrie supportati dai Wilco: una bomba!”
In compenso siete riusciti a concretizzare la collaborazione con La Macina nel bellissimo “Nel tempo ed oltre, cantando”…
“Tutto è nato da un’idea del loro leader Gastone Petruccini, una vera leggenda vivente per noi, dato il suo ruolo di archivista della memoria storica marchigiana… Gastone ci aveva avvicinato quattro anni fa, durante un festival folk, e noi – causa impegni su impegni – solo qualche mese fa siamo riusciti ad attuare questo progetto in sua compagnia…”
Impegni di che tipo?
“Soprattutto concerti. Poi è venuto il momento delle pre-produzione: abbiamo cercato uno studio adatto per incidere questo cd ed un’etichetta discografica (la “Storia di Note”, NDR) che lo distribuisse per bene. Il tutto alla luce della nostra attuale filosofia: da quando non siamo più sotto contratto per una major, mio fratello ed io stiamo sempre a ripeterci “perchè fare le cose di corsa? Prendiamocela calma e pensiamo invece a realizzare un buon lavoro”… E così è stato.”
“Nel tempo ed oltre…” mi ha ricordato il remake condotto recentemente da Claudio Lolli con Il Parto Delle Nuvole Pesanti…
“Non posso che applaudire l’idea di Claudio di far riarrangiare un suo disco storico – “Ho visto anche degli zingari felici”, NDR -, che è stato la colonna sonora della mia gioventù, da un gruppo travolgente quale è Il Parto: era l’unico modo di rendere accessibile alle nuove generazioni un capolavoro come quello…”
I vostri brani presenti nell’album, invece, suonavano già avvincenti pure nella loro forma originaria…
“Ok, ma le canzoni ci guadagnano sempre quando le reinventi: a casa ho più di cinquanta versioni di “Kowalsky”, realizzate da svariate cover-band della penisola, e mi piacciono davvero tutte! Questo vuol dire che, finchè non li diffondi e non li rielabori con altri linguaggi diversi dal tuo, certi brani non diventeranno mai dei “classici” senza tempo, nè autore…”
Dunque consideri queste nuove versioni dei veri e propri “classici” della tradizione folklorica italiana?
“Assolutamente, ma non per meriti miei; questo album si regge essenzialmente su due fattori: le chitarre epiche di Sandro e il canto di Gastone. Io, in questo caso, sono solo una comparsa: tornerò a fare “l’attore protagonista”, se mi passi il termine, solo nel prossimo cd dei Gang…”
A proposito: a che punto è?
“Le canzoni sono già state scritte da un po’: ora aspettiamo solo di poterle registrare e di uscire tra l’autunno 2004 o l’inverno 2005… Si tratterà essenzialmente di un “disco di pace in tempo di guerra”: ci sarà una nuova canzone dedicata alla Resistenza (“Ottavo chilometro”) perchè – chiariamolo una volta per tutte – i Gang scriveranno di quest’argomento finchè avranno vita, ma anche un brano dedicato a mia figlia, un altro co-scritto con Erri De Luca, uno dedicato alle barricate di Parma, etc.”
Forse è davvero tempo che esca un nuovo disco “importante” dei Gang, come capitava al principio degli anni ’90 quando i vostri lavori catturavano a pieno lo spirito del Tempo, la Crisi in generale…
“Sono molto affezionato a tutti i nostri lp ma se devo sceglierne tre in particolare direi “Le radici e le ali” del ’91 perchè il suono-Gang stava già tutto lì, “Storie d’Italia” (1993) perchè quella collaborazione con Massimo Bubola (già al fianco di De Andrè, NDR) ha rappresentato il nostro sdoganamento nella Musica d’Autore italiana e “Una volta per sempre” (1995) perchè ci sono legato e basta, senza un motivo particolare.”
Vogliamo allargare il discorso e descrivere, in breve, tre decenni di Gang?
“Beh gli anni ’80 sono stati quelli dell’entusiasmo iniziale, dei brividi sulla pelle… Gli anni ’90, in contrapposizione, li associo ai dolori di stomaco: sai, tutti quei litigi con la nostra etichetta di allora… Adesso sento che sta tornando quella carica degli esordi, quel fuoco sacro, ma con una dose maggiore di consapevolezza. Mi piace definire i Gang attuali come dei partigiani che hanno deposto il loro credo nell’Appartenenza. E nelle canzoni, certo: sono “loro” ormai a parlare per noi, l’era delle polemiche è finita…”
Negli eighties siete stati protagonisti di uno storico tour italiano assieme ai Jesus and Mary Chain, prima che diventassero quelle “vacche sacre” che ancor oggi conosciamo…
“Ah, i Jesus and Mary Chain: che cosa mi sei andato a tirar fuori… Beh, a quei tempi, loro erano così buffi: “spazzolavano” il catering, giocavano sempre a pallone, si calavano dai terrazzi degli alberghi per non pagare il conto delle camere… E poi, ricordo, ci fu l’episodio dell’acqua-santiera…”
Eh?!
“Si, il loro chitarrista, al pomeriggio, visitò una chiesa, immerse il suo braccio nell’acqua-santiera e la sera non voleva saperne di suonare perchè si sentiva, ehm, vittima di qualche sortilegio… Cose così, buffe appunto, di cui conservo delle belle memorie perchè quel tour servì molto ai Gang: diciamo che lanciò una volta per tutte la loro carriera…”
Ok, Marino. Citami i tuoi cinque “protest-records” di ogni tempo e sei libero da quest’intervista…
“Innanzitutto direi la discografia omnia dei Clash – senza Strummer e soci non esisteremmo neanche! – e pure quella di Johnny Cash, che ho scoperto da poco. Poi “Highway 61 revisited” di Bob Dylan e “No code” dei Pearl Jam che, per me, resta l’ultimo disco epico del ’900. E i lavori di Woody Guthrie, ovviamente: vedi, alla fin fine, si ritorna sempre lì, all’opera di Woody. E’ una sorta di maledizione per i Gang. Una gran bella maledizione, però…”
Simone Sacco