(tratto dal giornale Piazza Grande di Bologna di ottobre 2002)

 

Gli ultimi sono i primi

 

Sono crollati i muri che dividevano il mondo, si parla di mondo globalizzato, ma vediamo nascere ogni giorno sempre nuovi ghetti. Chi è oggi “colpevole di ghetto”? Chi sono gli ultimi nei nostri ricchi paesi?
Sono gli esclusi, coloro che si muovono ai margini, ai confini; coloro che non sono invitati al banchetto. I non allineati che non aderiscono ad un modello di valori, di relazione sociale, economica e culturale imperante. Modello che detta e impone le condizioni. Sono i fuori “legge”. Ad escludere contribuiscono da un lato le circostanze come la miseria, la guerra, la fame, il dispotismo, la repressione e allora abbiamo i profughi, i senza patria, i clandestini, gli stranieri. Dall’altra abbiamo chi dissente, anche inconsciamente, rispetto alla regola e attua una rivolta esistenziale che è soggettiva, un desiderio di fuga, una forma di grido contro la macchina capitalistica, un disagio, una fuga dalla realtà, l’alienazione. Da un lato la macchina funzionale dall’altro quella della soggettività repressa. È in questo luogo, quello abitato dagli ultimi, che noi possiamo ritrovare profezia, messaggio. Lì, al limite, dove il limite è anche soglia e viceversa. Se il limite è disagio, emarginazione, alienazione, la soglia è socializzazione, storia, futuro, lotta, rivendicazione e rivelazione. Gli ultimi diventano i primi nel momento in cui torna la possibilità di comunicare fra individuo e gruppo. La socializzazione è creazione del mondo storico-sociale. Il processo di socializzazione è una trasformazione continua di passioni, di emozioni. Vorrei aggiungere che nella discesa agli inferi e ritorno, dal passaggio, dalla rivolta soggettiva alla nuova e ritrovata socializzazione, in questo viaggio (che è il viaggio dell’identità) c’è il futuro, la chiave per aprire il portone della storia. In questo senso, laico, gli ultimi saranno i primi. Nessun pietismo, ne’ retorica a scopo di beneficenza nei confronti di tutti coloro che sono e saranno gli uomini nuovi. Dall’esilio al ritorno, dalla perdita, dal lutto, dalla ritrovata identità, alla resurrezione. Identità come riconoscimento non per ciò che si è stati, ma per ciò che sarà.
Una massima Zen dice: “Il principiante sa che le montagne sono montagne e le acque sono acque. Quando progredisce non lo sa più. Divenuto perfetto sa di nuovo che le montagne sono montagne e le acque sono acque”. Il momento pericoloso è il secondo, quello in cui si smarrisce il principio di identità. Allora la spinta alla negazione può giungere fino all’annientamento fisico e morale di sé e degli altri. La salvezza è nella terza fase: quando sa che la giusta forma culturale è quella nella quale è cresciuto. Solo che ai suoi occhi non è più quella che era. Da orizzonte che tutto divide è diventata semplice punto di appoggio e d’orientamento per una nuova dimensione. Ecco allora che il diverso non è minaccia è frammento alla ricerca del tutto. Esso mi provoca, svela i limiti del mio frammento, suggerisce possibili coincidenze, dimostra la necessità di sentirsi relativi. La verità non è un oggetto è la relazione con un oggetto che è nascosto nel futuro.
Come diceva Balducci “Se noi lasciamo che il futuro venga da sé, come è sempre venuto e non ci riconosciamo doveri altri rispetto a quelli che avevano i nostri padri, nessun futuro ci sarà concesso. E a proposito di Ernesto Balducci mi viene in mente un suo racconto a proposito dell’identità “Nelle comunità cristiane delle origini c’era l’uso di consegnare al fratello che stava per intraprendere un lungo viaggio il frammento di un vaso di terracotta frantumato. Al ritorno egli sarebbe stato riconosciuto dal frammento ricomposto in unità con gli altri”. Nella generale eclissi dell’identità il primo dovere è restare fedeli a quello che abbiamo costruito, con una variante però: che esso non va ritenuto come il tutto, ma come un frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso ne’ mi converto ad altro, ripudio soltanto le pulsioni e le forme che mi condurrebbero a fare del mio frammento la misura del tutto.
Rispetto quindi all’esclusione e all’emarginazione è importante delineare correttamente il nostro rapporto con tale realtà che non è unica e univoca ma presenta tantissime facce diverse l’una dall’altra. E insisto che è da tale rapporto e solo da esso che può rinascere profezia, messaggio, rivelazione, lotta, possibilità per la parte inedita dell’uomo di crescere; in fin dei conti un nuovo umanesimo, cioè COSMOPOLI! La risposta sia mistica, religiosa sia laica e politica che stiamo cercando.

Esiste un ghetto anche nel mondo della musica? Avete sempre preso sentieri scomodi con la vostra musica e la vostra storia, vi sentite degli emarginati?
No, non sento il percorso della Gang come un percorso emarginato. La nostra è stata comunque una scelta, con mille sbagli e contraddizioni ma la priorità su tutto è stata sempre data all’Appartenenza. Anche quando i confini cambiavano, saper rispondere alla domanda: “da che parte stai?” era prioritario. Le nostre canzoni hanno sempre tratto energia, ispirazione, fonte da storie di uomini e donne ai margini, ai confini e il perché già l’ho detto rispondendo alla domanda precedente. “Johnny lo zingaro”: storia di uno zingaro ripudiato dalla sua gente perché ha ucciso, braccato dalla polizia, inseguito, solo… e in questa corsa perde anche il suo amore, la sua donna; “Itab Hassan Mustapha”, un ragazzo palestinese di quindici anni mandato a compiere un attentato in Italia, una vita trascorsa in carcere dove incontra l’occidente e le sue due facce; e poi “La pianura dei sette fratelli” Cervi, “Iside”: la storia di Iside Viana da cui abbiamo tratto questa canzone che traduce solo un sentimento di solidarietà verso una donna partigiana che in carcere chiede la grazia e diventa cattolica, questa sua “fragilità” fa si che venga isolata dalle compagne comuniste e cancellata dalla lista dei partigiani comunisti; “Il paradiso non ha confini”: storia di un gruppo di Roma, ma ai tempi migrante, che in una cooperativa edile va a sostenere, in Nicaragua, la rivoluzione sandinista costruendo scuole, case… e poi Ilaria Alpi, Pio La Torre; “Il testimone” dedicato a Don Giuseppe Puglisi ucciso dalla mafia; e ancora Chico Mendes, il Comandante Marcos, “Il bandito Trovarelli” e canzoni come “Qui”, “Colpevole di ghetto”, “Bandito senza tempo”, “Kowalsky”, “La corte dei miracoli”…

 

I vostri concerti dimostrano che si può avere un pubblico anche senza spot pubblicitari, videoclip o Festivalbar. Quali sono le persone che vengono ad ascoltarvi?
Certamente non un pubblico di consumatori che cercano svago e intrattenimento in un concerto. Io penso che si tratti soprattutto di portatori sani di una cultura, di un “sogno di una cosa”, di una Meraviglia che vive, sopravvive, a volte cade sconfitta. Gente che nutre un Amore che non muore. Per nutrire questo amore c’è bisogno anche delle nostre canzoni. Questo “Amore” nasce oggi dall’incontro di tre grandi tradizioni: quella comunista gramsciana (anche e soprattutto per il pensiero di Gramsci rispetto al rapporto comunismo – subcultura, il Gramsci dei Quaderni), quella cristiana della teologia della liberazione e quella delle sinistre eretiche, della Minoranza.

 

Dove sta andando questo Paese? Un regime totalitario può nascere anche così, mentre il presente scorre… in fondo la Storia arriva lentamente.
Certamente un regime totalitario si sta affermando e imponendo ogni giorno che passa sempre di più. Il fascismo vero nasce dal populismo ed è dalla crisi della politica che nasce il populismo di Berlusconi. Per populismo intendo la valorizzazione dell’individuo atomizzato, privo di mediazioni sociali perciò facilmente identificabile con un personaggio che vuole rappresentare una totalità sociale senza articolazioni. Un mix di individualismo liberista e valori tradizionali (patria e famiglia) come scrive Pietro Barcellona in “Alzata con pugno”. Non ha vinto Berlusconi, ha perso la sinistra, su questo concordo. E questa sconfitta si rivela gravissima poiché segna un declino drammatico della dialettica politica e culturale nel nostro Paese e un abbandono delle ragioni di chi sta ai margini dell’economia rampante. Occorre capire e intervenire sui grandi cambiamenti che questo Paese ha subito negli ultimi 10, 15 anni e non continuare a puntare solo sulla demonizzazione del monopolista televisivo e dell’inquisito perpetuo. Agire all’interno della differenza dei piani di sviluppo economico e degli interessi che li sostengono sia all’interno che in un quadro globale. Sulle rotture sociali trovare concordi una linea di alternatività: rotture come quelle fra grande borghesia e Stato che ha portato ad un’alleanza fra borghesia nazionale e multinazionali alle quali interessano un consenso di sistema più che un sistema politico nazionale; rotture profonde nel mondo del lavoro non più riconducibile, almeno quello subordinato, a pubblico e privato, con un affiorare di un ceto medio indefinito collocato in un lavoro atipico, autonomo, precario, che si allontana psicologicamente dal lavoro operaio; inoltre si aggiunga un quadro internazionale profondamente mutato dove le strategie di governo, in termini di processi di globalizzazione, sono molto diverse. Una più democratica americana appoggiata dai governi di centro sinistra europei e una più legata agli interessi dell’economia nazionale (petrolieri, agrari, militari, ecc.).

 

Viviamo un’assenza della politica intesa come “mediazione degli eccessi!” e questa assenza è dovuta alla negazione del conflitto. Se non c’è conflitto, o se questo è negato, come può esistere la politica?
Anche rispetto al Movimento No Global i partiti di sinistra non colgono la sfida; di fatto questo Movimento è “politicamente solo”. La sinistra istituzionale si limita ad usarlo e strumentalizzarlo e in questo senso spostare tutto il dibattito sui pericoli del regime imminente è fuorviante. Ecco perché di fronte a tutto ciò bisogna saper rispondere nuovamente alla domanda “da che parte stai?”, ma la risposta non può e non deve essere semplicistica, riduttiva o peggio anacronistica, deve saper compiere un “balzo in avanti” deve essere in grado di “scartare di lato” e far tornare la “parola” e scacciare la “violenza semplificatrice”. Deve seguire il percorso della Cometa. Nelle lotte, nei conflitti troveremo la risposta. Per ora mi sento solo poiché non condivido le risposte schematiche quando le domande le fanno gli altri e non sono le stesse che formulo a me stesso poiché a me stesso non mento e non posso dirmi che la realtà è in bianco e nero ne’ che la rappresentazione odierna è quella “western” tanto facile e banale dei buoni e cattivi.
Sono sempre più convinto per esempio della necessità di sottrarre al mercato aree di bisogni socialmente definiti come non mercificabili (scuola, sanità, trasporti, cultura…) e che questo si può fare con una gestione non privatistica della produzione di beni e servizi che a tali bisogni corrispondono attraverso qualcosa che assomigli alle vituperate strutture pubbliche. Sono sempre più convinto che la politica non può essere ridotta a “razionale amministrazione degli interessi” ma deve saper elaborare e gestire i grandi conflitti di identità, valore; come è stato fra capitale e lavoro e ciò non riguardava solo i soldi ma la dignità da riconoscere al lavoro salariato. E dall’altra parte penso che anche i movimenti No Global hanno bisogno di una forte avanzata. Che tali movimenti hanno più bisogno di critica dialettica che non di consolazione. Questi movimenti sono ancora molto condizionati dai media che rendono invisibile ogni problema di contenuto e ogni significativa strategia di cambiamento. Io non amo la rivolta in copertina. Come non amo i leader, i filosofi di questo Movimento, non ne amo la parola d’ordine ne’ la loro strategia da battaglia navale. Amo nel più profondo l’entusiasmo e la passione, l’odore di libertà che tale Movimento emana e la sua avversione al liberismo feroce e alla mattanza nei confronti dei non garantiti, degli indifesi, dei miti della terra. L’immagine di questo Movimento, che ne rivela in maniera atroce molti dei suoi limiti, è quella di Carlo Giuliani. Assassinato e lasciato lì per terra, violato, in una pozza di sangue. Tutte le immagini che ho visto fanno su quel corpo una violenza ancora maggiore dello stesso proiettile che lo ha ucciso, una violenza più grande di quella inflitta dalla mano che ha sparato: perché quella violenza lo trova indifeso, inerme. Forse è quell’immagine che sconfigge il Movimento più di ogni altra cosa. Voglio dire che non ho visto immagini che fanno vedere, che rendono realmente partecipi del dolore, che sono “di parte”, cioè “partigiane”; nessuna immagine che riesca veramente a far condividere. Eppure quel sangue è sacro ed è immortale, lo sarà, sarà la storia a testimoniarlo. È sangue che divide e unisce, sangue che delimita, che testimonia, che segna un punto di non ritorno per migliaia e migliaia di giovani compagni. Eppure io ho provato un senso di orrore nelle foto e nelle immagini viste di Carlo Giuliani ucciso e steso a terra. È questo il vuoto: questo movimento subisce una cultura disumana nel suo rappresentarsi, nel comunicare a sé stesso e agli altri, manca di religiosità, di sacralità nelle sue componenti culturali. Ciò significa che pur essendo vicino ai custodi della terra, agli ultimi, ai violentati del mondo non è capace di vivere quotidianamente nelle sue relazioni ciò che appartiene e che è proprio della civiltà contadina e operaia. Ecco il vuoto e la mancanza, la nostalgia dei cantori: dei Paz (Andrea Pazienza), dei Pasolini, dei Lazzaretti, ma anche dei Malcom X, la mancanza dell’organicità e dell’appartenenza. Ecco il frammento mancante. Forse le mie sono soltanto emozioni ma se il Movimento, in vista di un’unità ritrovata, dovrà esporre il suo frammento in vista di una Cosmopoli ebbene dovrà compiere un lungo viaggio indietro per volare in avanti. E dovrà rispondere, e presto, su come, dove e perché produrre ricchezza e radicarsi molto di più nel territorio, nel luogo, nel “Qui” di appartenenza. E lì dovrà “rappresentare” un’idea della collettività e del bene comune. Dovrà trovare maggiore autonomia, la sola che può permettere di profetizzare un futuro diverso da quello imposto e annunciato. Quindi rispetto a questo tragitto, ripeto, mi sento solo con il mio frammento, solo rispetto alla sinistra istituzionale, dai DS a Rifondazione, dai Verdi ai Movimenti No Global. Eppure mai come in questo periodo sento di essere organico e appartenente. Alla faccia!

 

Quali spazi di libertà può liberare oggi la musica rock?
La musica, come ogni espressione artistica e creativa, può fare molto oggi, anche molto più di ieri: può mantenere viva e aggiornare una cultura popolare, può dare nutrimento alla lotta politica, ma non può sostituirla. Può aiutare a non sentirsi soli; può quindi mantenere vivo un immaginario; può testimoniare. Può fare molto ma dovrà staccarsi sempre più dai modelli predominanti e trovare strade autonome di gestione e distribuzione. Deve stare alla larga dalle multinazionali e dai loro interessi predatori. La musica in Italia, quella popolare, aspetta una stagione importante di lotta per la rivendicazione di una gestione autonoma e di un riconoscimento, di una legislazione che la consideri anche mercato del lavoro con quello che ne segue. Non ci sarà libertà senza dignità, pari opportunità nell’accesso ai “luoghi”, alle tecnologie: un mercato “non-mercato” e allora si potrà ricominciare. Se questa stagione non ci sarà penso che la musica italiana subirà un’altra stagione di grave infantilismo creativo, cioè non servirà a niente e a nessuno. Solo merce e canzonette.

 

Elencami 5 canzoni contro l’emarginazione sociale.
Perché, invece di 5 o 50, non ne pensiamo una sola che valga per tutto? “L’Internazionale”! E’ il vero antidoto, la canzone che risolve ogni esclusione e quella che ancora mi restituisce il senso, il sogno del “NOI”.

 

Nel testo di “Qui” (da Controverso, 1999) parli dell’esigenza di ricominciare dagli uomini, dagli ultimi… partire e tornare nei luoghi ai margini. È veramente e ancora possibile?
Ti rispondo con Pasolini, anche se ho già risposto in parte a questa domanda. Lui sosteneva la necessità, per la Chiesa cattolica di trasferire il Vaticano in periferia. Perché è lì che il vangelo può trovare nuova interpretazione per restare fedele al messaggio originario. Così è stato per la teologia della Liberazione. Così deve essere per chi interpreta i bisogni dei non garantiti e lotta per il loro soddisfacimento. Penso a quando agitatori sociali, comunisti e socialisti, sindacalisti e preti coraggiosi sapevano organizzare le lotte sociali, le vertenze territoriali per garantire più equi rapporti sociali (le lotte contro la mezzadria) fra padroni e braccianti. Non si tratta di vecchi modelli o nostalgie, ma di sottolineare come ogni movimento che tende a mutamenti significativi dello stato di cose esistenti deve radicarsi in una realtà effettiva e rappresentare, nella sua pratica, un’idea della collettività e del bene comune. Ma questo l’ho già detto e ridetto.

 

La vostra musica prende molta energia e passione dalla memoria. È possibile emozionarsi ancora? In questo presente sempre più lontano dalla realtà e dagli uomini?
L’emozione è il filo conduttore. Parola e sentimento, qui è l’equilibrio, a volte si riesce a mantenerlo a volte si cade giù, con o senza rete… la capacità di emozionarsi ancora è segno che si è vivi, che si ha memoria, che si è chiamati a testimoniare. In una società dell’immagine diventa raro emozionarsi. L’immagine non è simbolo, attenzione! Il simbolo è una forma che consente di pensare oltre. È la domanda di senso che stimola l’immaginazione e l’immagine continuamente presente non lascia posto alla domanda di senso. La memoria è un territorio dove radici e ali possono incontrarsi, dialogare, litigare, scontrarsi, ma in un confronto dialettico trovare un “oltre”, un avanti, un orizzonte più che una linea. Senza questo territorio è negata ogni crescita, ogni emancipazione, ogni parte inedita dell’uomo muore soffocata e con essa l’uomo.
Emozione come Sant’Agostino nelle Confessioni: “Cos’è che brilla di gioia attraverso di me e colpisce il mio cuore senza ferirlo? Sono insieme fiamma e brivido. Fiamma verso quanto è più dissimile. Brivido verso ciò che mi somiglia”. Voglio parlare del sentirci parte e fare la nostra da “partigiani”: circa la nostra parte trovo le parole per essere più chiaro in una risposta che diede Bruce Springsteen a Will Percy in un’intervista di diversi anni fa. L’obbiettivo morale e umano dei musicisti, degli autori di canzoni, dei registi, degli scrittori, della “parola” può essere paragonato ad un canarino. Un canarino che scende con i minatori in miniera: quando il canarino comincia a pigolare e pigolare e alla fine cade giù, i minatori capiscono che è tempo di tornare su e ripensarci un attimo. Il problema è che con tutta questa televisione sono sempre meno quelli che hanno accesso alla “parola altra”, a quel “cip-cip” del canarino.
Santoyama ha detto: “Ogni concetto è concepito nella sua ironia” e, tanto per confondere le idee, cito anche René Clair: “Nessun uccello ha il cuore per cantare in un bosco pieno di problemi”. A buon intenditor…

 

I concerti sembrano essere oggi la vostra priorità, ma cos’altro bolle in pentola? Quali sono i vostri progetti musicali futuri? Anche quelli solo “sognati”.
Un lavoro, che uscirà in CD, con un Canzoniere marchigiano: La Macina. Una fusione, un incontro fra due gruppi entrambi marchigiani, per rielaborare canzoni nostre e quelle tradizionali del repertorio della Macina.
Un CD fatto di cover di canzoni degli anni’70, “Calibro 77”: brani di Claudio Lolli, Fabrizio De André, Stromy Six, Area, Pietrangeli, ecc. rivisitate da noi per tenerle in vita e vive nel presente. Un nuovo disco per la primavera prossima: ci sono già una decina di canzoni ma vorrei aspettare, vorrei ancora tempo utile per calarci bene nello spirito del tempo e farlo da una giusta e nostra prospettiva.
Poi c’è questa Barricata di gruppi, non solo italiani, che si chiama “Rock contro Berlusconi”: una cordata, un argine, un antidoto al virus Berlusconi. Una serie di CD, ma non sappiamo ancora con quali etichette discografiche realizzarlo. Noi ormai siamo più propensi ad un’autogestione di tutta l’iniziativa. Dal ricavato della vendita di questi CD si potrebbe anche far ripartire il “Treno Rosso”, o magari un paio di autobus coloratissimi e fare un giro nelle scuole d’Italia o in qualche altra situazione in lotta e in movimento. Perché no?

 

Ogni anno, in autunno, si parla sempre di emergenza freddo per le persone senza fissa dimora, speriamo almeno di scaldarci con il concerto del 23 novembre qui a Piazza Grande!
Un mio carissimo amico, che ora non c’è più, diversi anni fa andò in un negozio di dischi e comprò una raccolta di Elvis Presley. Al negoziante che gli chiese “Ma che ci fai te con Elvis?” lui rispose: “Non ho il riscaldamento in casa, con Elvis mi scaldo”. Una cosa del genere. Noi non siamo di sicuro i “Re del rock’n roll ma ce la metteremo tutta lo stesso. Grazie dell’invito. Ci saremo.

MASSIMILANO SALVATORI

 

Inserito da Roberto il 25 agosto 2009