(Tratto dall’omonimo libro, anno 1995)

 

“Il nuovo rock Italiano”

 (intervista del 1989)

 

Il disco appena uscito è intitolato Reds “rossi”: non credete che un’immagine simbolica così netta sia in qualche modo statica e impedisca riflessioni più articolate?
Potremmo rispondere con una frase di Woody Guthrie: “Non sono stato mai un buono stalinista, ma non sono stato mai fuori dal rosso”. Il rosso non è solo un dato politico: è un colore che per noi rappresenta la passione e il bisogno di uno stile positivo. L’antidoto indispensabile contro il virus dilagante in questi anni, che provoca cinismo, adattamento, individualismo. Rosso è molto più di un’ideologia, per noi: è un modo di affrontare il presente, scavare nel passato, costruire il futuro. È in questo luogo, con questo scenario, che si è sviluppato il terzo capitolo della storia dei Gang. La nostra gente è oggi dispersa, priva di punti di riferimento e rappresentatività politica. Esistono però rabbia, malcontento, disperazione e tante piccole molecole di resistenza che contribuiscono a tenere acceso il fuoco sotto la cenere. Rosso è il simbolo di tutte queste cose.

 

È poi così vero che il rock si presta ai linguaggi della politica? Non è un luogo troppo ameno per simili discorsi?
Crediamo che le canzoni, quando nascono come cultura e non in modo artificiale, siano strumenti di sopravvivenza, di liberazione personale e politica. Proprio oggi, di fronte a un’omologazione planetaria dei linguaggi, al “villaggio globale”, osserviamo la presenza di modelli musicali e culturali di resistenza e opposizione. Non si tratta di fenomeni di revival o folclore, ma di forme culturali che consentono di intessere un rapporto con il proprio passato è, nello stesso tempo, definiscono un’identità per il presente. Venendo al rock, occorre che oggi superi la sua collocazione subculturale nei limiti dell’adolescenza: musica e forma espressiva di una categoria sociale transitoria. Soprattutto oggi che tale categoria ha perso la rilevanza culturale, politica e sociale che aveva negli anni Sessanta. I Gang stanno dentro questo processo di trasformazione del rock e cercano di farsi portavoce della realtà sociale in cui vivono.

 

È in questo senso che va intesa la conversione folk che distanzia Reds dai dischi precedenti?
È un nostro modo di agire sperimentato già in passato, quello di collaborare con personaggi provenienti da esperienze musicali diverse dalla nostra. Altre volte abbiamo lavorato con musicisti di jazz, blues e rhythm’n'blues, mentre adesso ci è capitato di farlo con artisti provenienti dalla scena folk. Abbiamo deciso di approfondire quella realtà musicale spinti dalla voglia e dal bisogno di arricchire la personalità del gruppo con nuove sonorità. Abbiamo scoperto così che vi sono artisti che non si dedicano al folclore con intenti revivalistici, bensì con lo scopo di rivitalizzare quelle tradizioni. Si tratta comunque di una contaminazione parziale dell’identità dei Gang, poiché anche in REDS continuiamo a essere un gruppo che appartiene alta tradizione rock, al linguaggio e alla struttura di quella musica. Non sapremmo dire se si e trattato di un’esperienza occasionale, ma possiamo affermare con certezza che il prossimo disco sarà un’altra cosa ancora.

 

Non credete che scrivere e cantare testi in italiano renderebbe più incisivo il loro significato?
Per quanto ci riguarda, il nostro pubblico non ha avuto mai problemi per “comprenderci”, sebbene vi sia da parte nostra un esigenza sempre più marcata di comunicare anche attraverso le parole. C’è una differenza tra linguaggio e parola: finora abbiamo dato la precedenza a un linguaggio, nella fattispecie il rock, che è immediato e coinvolge il corpo prima della mente. In futuro, probabilmente, faremo comunque dei tentativi per allargare la nostra azione anche nell’altro senso.

 

Il “nuovo rock italiano” sta per varcare la soglia del decimo anno di vita: proviamo a farne un bilancio…
Abbiamo guardato sempre al rock italiano come a un fenomeno molto importante: lo consideriamo come se fosse un campo di battaglia, poiché sì tratta dell’ambito in cui si sono sviluppate le forme di aggregazione giovanili resistenti ai modelli di integrazione imposti dal sistema dominante, durante gli anni Ottanta. Da un lato ci sono i gruppi che esistono da parecchi anni, i quali per sopravvivere hanno dovuto vederne di tutti i colori, ma che oggi riescono a esprimersi a livelli più che interessanti: pensiamo che per loro non sarà un grande problema continuare a migliorare. D’altro canto ci sono i giovani gruppi: per loro è più difficile, perché devono affrontare una realtà spesso ostile: locali che non ospitano concerti, etichette indipendenti avventuriste e così via. Ciò che occorre adesso è una battaglia di ampio respiro sulla questione degli spazi (sale prova, centri sociali), che rappresentano l’unica vera garanzia di sopravvivenza per i gruppi che non vogliono adeguarsi alle mode e agli indici di mercato, ma semplicemente dedicarsi a un’espressione musicale libera e creativa.

 

E già che ci siamo, facciamo un bilancio dell’avventura dei Gang…
Quando uscì TRIBES’ UNION non credevamo certo di arrivare alla notorietà che abbiamo adesso: avevamo lanciato una sfida che dura ancora. Oggi possiamo dire di avere vinto alcune battaglie e di esserci guadagnati un posto da cui far sentire ancora più chiaramente ciò che pensiamo. Crediamo di averlo fatto con dignità e orgoglio, le qualità che la nostra gente ci ha insegnato, e con molta energia: tutta quella che in tanti concerti il nostro pubblico ci ha regalato, incoraggiandoci a proseguire.

 

Il primo brano con testo italiano registrato dai Gang fu una versione de La musica ribelle di Eugenio Finardi destinata alla compilation intitolata UNION, uscita nel 1990. In quel disco alcuni gruppi dell’ultima generazione – Litfiba, Avion Travel, Panoramics, Allison Run, gli originalissimi veneti Plasticost si cimentavano con pagine classiche della musica leggera nazionale – Modugno, Battisti, Dalla, Battiato – tentando di sanare una dolorosa frattura culturale. Lo si può considerare il punto di svolta nella vicenda della formazione marchigiana: l’anno seguente, infatti, i Gang realizzarono LE RADICI E LE ALI un album concepito ricorrendo per la prima volta a testi in madrelingua. Un buon disco, unico difetto del quale era di avere radici forti e ali deboli, nel senso che – definitivamente dismesso il prototipo Clash – esso aderiva saldamente a un nuovo modello di riferimento – la scuola cantautorale – senza riuscire a rielaborarne il lessico in modo sufficientemente creativo. Ciò divenne ancora più evidente con l’opera successiva, STORIE D’ITALIA, confezionata affidandone la produzione a Massimo BuboIa, già ghost writer per conto di De André, Bennato e Venditti. Ovvio che a quel punto i Gang rischiassero di appiattirsi sul canovaccio classico della canzone d’autore, assumendone anche i difetti – verbosità, musicalità scialba, autoreferenzialità – che l’avevano reso obsoleto già negli anni Ottanta. Non a caso, l’ultimo disco pubblicato -UNA VOLTA PER SEMPRE – è ulteriore testimonianza di scarsa spregiudicatezza. Se i Gang possono essere considerati il simbolo della faticosa e contraddittoria evoluzione del nuovo rock italiano, i Litfiba ne incarnano la timida vocazione al successo. Affermatosi su scala nazionale con la pubblicazione di DESAPARECIDO, il gruppo aveva perfezionato durante la seconda metà degli anni Ottanta la propria originale rilettura in chiave mediterranea dei codici della new wave angloamericana. In album quali 17 RE e TRE, editi tra il 1987 e il 1988, intervallati da un disco – APRITE I VOSTRI OCCHI – registrato dal vivo nel mitico Tenax di Firenze, i Litflba avevano definito la propria identità e consolidato la consistenza del loro pubblico. Anche in questo caso, tuttavia, fu l’incombere del nuovo decennio ad alterare in modo decisivo il corso degli avvenimenti: nel volgere di pochi mesi l’assetto della formazione mutò radicalmente – rimasero depositari del nome i soli Piero Pelò e Ghigo Renzulli – e venne deciso altresì il grande passo verso il mercato discografico istituzionale”, una volta ancora rappresentato dall’intraprendente CGD. Epitaffio dei primi Litfiba fu un nuovo album dal vivo, per altro sensibilmente manipolato in studio: PIRATA. Spettò proprio a un brano inedito incluso in quel disco -Cangaceiro- il compito di spianare la strada verso il successo per il gruppo fiorentino. I nuovi Litfiba fecero il botto nel 1990 con EL DIABLO album nel quale il duo Pelù Renzulli riuscì a compiere un’efficace opera dì semplificazione del proprio stile, a quel punto interpretabile come una specie di hard rock in salsa latina. EL DIABLO sbarcò nell’hit parade nostrana e sancì in modo definitivo lo status di rockstar dei Lìtfiba, frattanto apprezzati anche oltre confine in festival quali il Transmusicals di Rennes, in Francia (dove il gruppo si esibì anche nelle feste di piazza convocate a Parigi dall’associazione Sos Rascisme e dal quotidiano L’Umanitè, e quello danese di Roskilde. Funzionava bene anche là il connubio fra l’istrionismo chiassoso di Pelù e il solido rock orchestrato da Renzulli e soci, vale a dire l’alchimia artistica e umana che ha fatto la fortuna del gruppo in patria. Più dell’intrinseca qualità dei dischi, è stata proprio l’incessante attività dal vivo a reclutare il pubblico che ha decretato il trionfo dei Litflba: l’unica banda del rock nazionale adatta al consumo di massa.

ALBERTO CAMPO

Inserito da Roberto il 25 agosto 2009