(Intervista a cura di Franco Vassia per Nobody’s Land n.24 Gennaio 2007)

 

La parola cantata

 

Il Seme e la speranza sembra provenire direttamente dal filone di quella splendida trilogia che raggruppava Le Radici e Le Ali, Storie d’Italia e Una Volta Per Sempre. Tre lavori di straordinaria importanza che hanno avuto il merito di riscrivere e rappresentare in modo quasi figurativo la scansione degli ultimi decenni della nostra storia patria. Fatti di cronaca, tragedie, sapori e umori dei quali è facile trovare traccia anche in quest’ultimo album…

Questo, Franco, di preciso non lo so… So che per affetto e per passione sei molto legato a quel periodo. Almeno in parte, penso anch’io che sia stato uno dei nostri momenti migliori. Ma sono anche convinto che, se scaviamo sotto il lato culturale e politico di questo disco (ma anche del precedente inciso con La Macina), da parte nostra ci sia soprattutto un ritorno al nido del dovere. Qualcuno ha detto che la storia dell’umanità è sempre divisa in periodi. Periodi nei quali c’è il mito del diritto e altri dove esiste quello del dovere. Il primo appartiene un po’ ai predatori, a quelli che si sentono in diritto di prendere tutto: poi ce ne sono altri nei quali torna a prevalere il mito del dovere. Che è poi il dovere nei confronti degli amici che ti hanno aiutato nei momenti del bisogno, quello per i maestri che ti hanno insegnato qual che sai fare… E’ il dovere che crea il legame e, di conseguenza, anche la reciprocità. Valori con i quali puoi anche tornare alla rifondazione della politica, allo stare insieme, all’appartenenza… In questo, quei dischi si assomigliano moltissimo. Tutti e quattro possiedono questo istinto, che è quello del tornare. Come diceva Machiavelli, è un po’ il tornare al passato, a qualcosa che è ancora presente nella tradizione ma che, di fatto, abbiamo purtroppo dimenticato.

 

Quella trilogia lasciava ai posteri anche un “testimone” visibilissimo: quello del recupero di quei valori perduti con lo sfarinamento dei cantautori, una congregazione quasi carbonara legata all’espressionismo, all’intelligenza, all’impegno sociale e che, almeno nel suo nascere, aveva illuso un po’ tutti. Di quella linea, della quale in modo solare rappresentate gli intenti, siete rimasti tra i pochi eletti…

Sarebbe un errore grandissimo dimenticare il periodo degli anni Settanta, e gruppi come gli Stormy Six e gli Area… E’ stato quello il periodo migliore della nostra musica, anche dal punto di vista commerciale. C’era l’ARCI, le case discografiche, la Cramps che, grazie alle intuizioni di Gianni Sassi, è arrivata a essere una delle più grandi realtà italiane. In quanto a creatività, produzione e qualità dei gruppi, da lì in poi non c’è più paragone. Per questo era necessario che qualcuno ne raccogliesse il testimone e che qualche nuova realtà riuscisse a riattivarne il meccanismo. Noi lo abbiamo fatto in modo comunitario, condividendo la nostra scelta con tanti altri protagonisti: da Antonello Salis allo stesso Gianni Sassi, autore della nostra prima copertina, Walter Calloni, che ha suonato con tutti i più grandi musicisti italiani, dalla PFM a Finardi…
C’era la necessità di far ripartire la musica italiana, quella vera, quella che, per i motivi più svariati, si era un po’ ancorata. Come i cantautori, dai quali escluderei De André, uno che è sempre stato il cantautore per eccellenza.

 

Il Seme e La Speranza sembra prediligere soprattutto un altro percorso, quello della cultura contadina, una realtà che spesso a malavoglia sconfina nella guerra partigiana…
Nelle vostre canzoni sono molti coloro che, partendo dalle fatiche della terra, hanno immolato la loro vita per la libertà. Sembra quasi un appello: i fratelli Cervi, i sette componenti della famiglia Mazzarini di Maggio 1944, la struggente vicenda di Cecilia, incisa con La Macina… I vostri progetti sono ancora qualcosa di diverso dal cantautorato tout court, dal punk o dalle scorie del progressive (nel quale gravitavano appunto Area e Stormy Six), è un album di denuncia, un genere che si perde nella notte dei tempi.

La nostra cultura, soprattutto quella degli inizi, è stata quella del garage, un genere che aveva una bandiera molto importante, quella dei Clash. Se non ci fossero stati loro, gruppi come il nostro e come migliaia di altri sparsi per tutto il pianeta, non si sarebbero mai messi in discussione, tutti insieme non avremmo preso la chitarra, un basso e una batteria per cercare di dare nuova linfa alla cultura popolare. Con loro finisce il rock’n’roll legato agli stili (i punks, i mods, gli skinheads, il rockabilly…) e la cultura della strada si apre finalmente al Villaggio Globale, quello che tende le orecchie oltre l’Occidente, verso la musica afroamericana, il reggae e tutti quegli stili che arrivavano da ogni parte del pianeta. Hanno rappresentato una sorta di nuovo Umanesimo, una rivoluzione grandissima che ci ha dato la possibilità di recuperare valori dei quali non eravamo neppure a conoscenza. Poi, oltre a questo, c’era anche un’altra filosofia, quella della banda di quartiere, del garage di casa, dove, con tre o quattro amici riuscivi a condensare una visione del mondo quasi alla “Velvet Underground”. C’era davvero questa nostalgia… In quei tre album avevamo già detto tutto quel che c’era da dire e cantato tutto quello che c’era da cantare… Il discorso è ripreso con La Macina, con lo scopo di dare alla cultura contadina un’ottica che non guardasse soltanto al passato ma al futuro. Poi, da sempre, Gastone Pietrucci è il cantore per eccellenza della cultura popolare marchigiana, valeva la pena di fare un disco insieme. Anche in questo caso è prevalso il senso del dovere, il rispetto per una cultura alla quale noi stessi apparteniamo. Nella realtà contadina, rispetto all’industria manifatturiera, esistono conflitti e contraddizioni enormi legate al nuovo modo di concepire uno sviluppo economico moderno. Negli ultimi tempi si sta delineando la possibilità di un ritorno alla campagna, ai campi. Se vent’anni fa un quindicenne veniva automaticamente assorbito dall’industria manifatturiera delle scarpe o dei vestiti e stava lì, con il mastice in mano dalla mattina alla sera, oggi, per un suo coetaneo, c’è la reale possibilità di essere inserito in una diversa situazione e possa poi produrre magari il miele, allevare le pecore, dedicarsi a una qualità della vita diversamente migliore. E’ su questo che noi cantiamo la nostra. Quando ero piccolo, essere contadino era sinonimo di arretratezza. Questa è una cosa che mi ha sempre pesato. Oggi, invece, credo che nella campagna ci siano tutti gli strumenti necessari per dialogare e avviare delle possibilità di scambio, magari anche culturale, con quel che esiste al di là dell’Occidente. Per dirla con parole un po’ grosse: quella che può essere intesa come la costruzione di Cosmopoli, che non è un’utopia ma la riscoperta del vecchio mito di sempre, quello della Terra Promessa. Con questa visione la storia ci permette di contribuire alla realizzazione di tutto questo. Una visione che in parte è anche una provocazione alla sinistra italiana e a quel modello al quale guarda ormai da troppi anni e che è lo “stare meglio”. Questo progetto è un modo di provocare, per la prima volta, uno scarto di lato verso lo “stare bene”. Troppe volte la classe operaia e la sinistra italiana si sono interrogate sullo “stare bene” ma quasi mai sullo “stare meglio”. E’ un lavoro ancora di frontiera ma che, ancora una volta, cerca di riallacciarsi ai richiami dei grandi profeti della Terra, da Carl Marx a Gandhi e a tutti coloro che profetizzano la Terra Promessa.

 

Una scommessa non indifferente e soprattutto, specie in un Paese che non sembra ancora aver risolto i suoi problemi. Una società ancora infettata dalla mafia, dalla corruzione, dall’apatia, e dove la desertificazione economica e culturale prodotta dal governo Berlusconi ha lasciato pesantissime eredità. Tornando poi alla musica, va detto che, almeno dall’avvento dei cantautori, è sempre stata una finestra sul mondo, spalancata sulla realtà sociale, politica e letteraria… La musica non può certamente sostituire la letteratura ma è un fatto che in molti, dopo aver ascoltato Aspettando Godot di Claudio Lolli hanno scoperto esistesse un certo Samuel Beckett…

Penso che il nostro lavoro, come quello dei gruppi che non passano su Mtv, sia davvero molto duro. Non vai su Mtv e neppure sulle copertine di quella che i media definiscono stampa “specializzata”, perché non c’è nessuno che paga per te. E nemmeno vai sulle riviste cosiddette “underground”. Questa è la verità, queste cose le sai meglio di me… E’ per questo che centinaia e centinaia di gruppi, a livello del proprio territorio, combattono una grande battaglia culturale. Qualcosa che magari va al di là dello stile ma che è in grado di erigere una grande barricata culturale verso un Paese che non li vuole accettare. E questo, ti dico la verità, mi fa sentire un forte profumo di primavera. Non so quando e come arriverà e nemmeno se la vedrò. Ma mi basta sapere che un giorno arriverà. Mi sembra quasi di immaginarla… Ha la forma di un grande fiume che, pur essendo stato molto grande in passato, oggi è costretto a scorrere su territori un po’ più accidentati. A volte dovrà per forza restringersi, altre volte diventare palude però, nonostante tutto, qualcosa riuscirà a far passare. E’ un percorso che assomiglia al nostro, alle difficoltà di questi anni. Quando mi prende lo sconforto mi dico: “A Ivan Della Mea è toccato cantare la classe operaia quando questa vinceva, quando lottava, era eroica e le piazze erano piene. A noi invece è toccato cantare la classe operaia quando è stata sconfitta, quando si è rimasti in pochi e ricattati”. Ma questo non significa che la classe operaia non debba essere cantata…

 

Sembra quasi ripercorrere le strade polverose o aprire il libro dei sogni di Woody Guthrie…

Lui è stato il maestro dei maestri…

 

Del quale, tu e Sandro rappresentate un po’ l’anima e lo spirito… Volenti o nolenti, siete l’immagine della coerenza, il tratto che unisce la coscienza popolare con l’urgenza degli emarginati…

Questo non lo so… Certe volte non vorrei rappresentare proprio nessuno, neppure me stesso. Però, nonostante questo, dopo 25 anni continuo a fare quello che mi piace. Vado in giro per l’Italia a suonare e questo mi dà il senso dell’appartenenza. Ti racconto uno dei tanti casi che ultimamente ci hanno particolarmente coinvolto… Un padre e una madre, i Parodi di Genova, hanno perso un figlio poco più che diciottenne, Edo, quasi coetaneo di Carlo Giuliani… Si presume che sia morto a causa dei gas usati in Svizzera durante le manifestazioni, gli stessi che vengono usati anche qui in Italia… E’ uno dei pochi casi dei quali si occupa anche Amnesty International. Dopo averci fornito parecchio materiale, ci hanno chiesto se potevamo scrivere una canzone. Al di là che fosse un ragazzo che veniva spesso ai nostri concerti, è un grande onore che qualcuno si rivolga a noi perché la sua storia non finisca, soprattutto oggi con gli avvocati e i compagni che se la squagliano… Una canzone per farlo rivivere almeno in parte, un taglio di cronaca come negli anni Settanta che sia in grado di esprimere un sentimento, un’emozione. Certo, con questo non arriveremo alla verità, ma non dipende da noi… Mi piace però pensare alla speranza, a chi ha voluto bene a questo ragazzino e che un giorno anche lui possa avere finalmente giustizia. Dovunque abbiamo visto storie abbandonate. Ci siamo sempre sentiti in dovere di dare una mano sotto forma di canzone: Ilaria Alpi, Pio La Torre, Fausto e Iaio… Perché è questo che facciamo, avessimo fatto altro, avremmo comunque dato una mano in un altro modo…

 

Un tempo, questo ruolo e questa funzione spettavano ai cantastorie…

Hai detto la parola giusta: cantastorie! Noi non facciamo altro che tenere in vita quel che facevano loro. Allora c’era la parola del protagonista, la parola cantata, quella raccontata… E in tempi dove la parola viene massacrata dalla cultura dell’immagine, è normale che i cantastorie vengano sempre più relegati ai margini. E’ il discorso che facevamo prima, quello del fiume…

 

Il tortuoso e periglioso cammino del fiume carsico…

E’ sempre stato così! Lo diceva Woody Guthrie ai suoi tempi: “Guarda che la canzone popolare è finita, non ha più senso…”. Lo aveva previsto come sempre in anticipo ed è per questo che poi ha raccontato le cose che vedeva e toccava. Ed è quello che anche noi abbiamo cercato di fare fin dall’inizio. I Clash italiani, l’appartenenza… Alla fine degli anni ’70 tutto il grande sogno era già finito. Dov’era l’appartenenza nel momento in cui gli amici si “facevano” di eroina, si ammazzavano o seguivano scelte di vita sbagliate? Per fortuna che è arrivato il punk! Che sono arrivati i Clash! Allora ci siamo detti: “In una situazione del genere, possiamo buttarci in mezzo anche noi”. Ma non più con lo spirito che passava attraverso la politica, ma con le chitarre, un basso e una batteria. E’ stato allora che il rock’n’roll mi ha salvato la vita. Credimi: questa non è retorica. Se non ci fosse stato questo movimento, cosa facevo? Avrei dovuto rinunciare? Adesso ho cinquant’anni e ancora non rinuncio. Poi, è vero che tutto va rivisto giorno dopo giorno, riconfrontato con i tempi, gli incontri, con quel che senti. Però, quell’appartenenza esiste ancora…

 

I testi che scrivi sono sempre molto belli…

C’è anche chi dice il contrario…

 

Basta ascoltare Il Lavoro Per Il Pane, il brano che chiude l’album per rendersi conto…

Anche stasera ho trovato chi mi ha detto: “Tanto non è tuo!”. Cosa ti devo dire? Non è mio? E perché? Il Lavoro per Il Pane è uno spunto di Gandhi, La grande luce…

 

E questo cosa significa? Anche De André ha scritto Non al Denaro, Nono All’Amore Né Al Cielo basandosi sull’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, ma non per questo il disco è meno suo. Chi, nella musica, non si è mai avvicinato ai massimi poeti o musicisti? Vogliamo fare un elenco? Cecco Angiolieri, Dante, Blake, Elliot, Coleridge, Versi, Rossigni, Bach, Beethoven, Mussorgsky… Potremmo continuare per ore. E’ normale che in duemila anni di storia qui e là affiorino dei riferimenti e dei sentimenti che quasi mai sono fatti per saccheggiare quanto per evocare quei personaggi. Del resto, la citazione a Gandhi nel booklet è anche graficamente evidentissima… Il Lavoro Per Il Pane, a parte Gandhi, riporta alla mente anche la struttura del Recitativo di Tutti Morimmo A Stento di De Endré. Entrambe sono sorrette da una timbrica vocale onirica che gioca un ruolo straordinario ed entrambe possiedono un incedere elegiaco da far venire la pelle d’oca…

Se lo dici tu, che ti conosco da tanti anni, è una cosa che allora mi gratifica ancora di più, perché vuol dire che è arrivata a chi doveva arrivare. Tu sei uno, ma dietro di te c’è un mondo intero e, se arriva fin lì, di questo non posso che essere fiero anche se è un problema che non mi pongo quasi mai. Su queste cose cerco di andare sempre a cuor leggero…

 

Tanto da rinunciare ai fasti di una multinazionale? Devi convenire che non è una cosa da tutti i giorni. Il Seme E La Speranza, a differenzsa della trilogia, è invece andato in stampa per una piccola ma brillante etichetta, la Lifegate Music, ed è stato patrocinato anche dalla Confederazione Italiana dellAgricoltura delle Marche…

Non ci andrò mai più nelle multinazionali. Ma questo non perché sono coraggioso ma perché sono un vigliacco che non ce la fa a reggere la pressione che si respira lì dentro. Non ne faccio neanche una questione di sistema produttivo. Nel 1989, quando sono entrato nel settore discografico, c’era la CGD, Caterina Caselli… Un’azienda che lavorava con la concezione di un’azienda e un catalogo che comprendeva la musica nel suo aspetto più totale: leggera, jazz, folk… In fondo a questo, c’erano le tendenze. Nell’arco di un determinato periodo, c’erano loro stessi che ti spronavano per creare una realtà musicale che non fosse fatta soltanto per il mercato. Vendere non era un problema, né la priorità. Con le multinazionali mi sono trovato invece a trattare con chi ti diceva: “Qual è il singolo?”. Io non so fare i singoli. So fare un disco perché provengo da una cultura, che è poi la stessa di De André, nella quale i dischi sono la prospettiva di un mondo. Magari una prospettiva piccola, ma che contiene una visuale della quale puoi guardare l’universo. Questo significa fare un disco! Non un singolo! E’ come se uno ti dicesse: “Dobbiamo fare una sedia! Fammi la gamba destra!”. Io non posso fare soltanto quella perché il sistema di produzione me lo richiede. Per fare una gamba devo vedere tutta la sedia… Poi, magari, ti faccio anche quella, però prima devo avere la consapevolezza di tutto il lavoro, dall’inizio alla fine, comprese la distribuzione, la vernice, i materiale. E’ per questo che lì dentro non ci posso stare, neanche se fossi Lorenzo de’ Medici. Vuol dire solo perdere tempo. Piuttosto sto a casa mia, mi faccio i miei 120/130 concerti l’anno e, come il pastore, vado dove mi chiamano. Nel portare le pecore scegli sempre il posto dove l’acqua è più pulita e l’erba più buona anche se, per arrivarci, devi attraversare territori accidentati, strade tortuose difficili da raggiungere. Al posto delle pecore, io ci vado con le mie canzoni e, in questa transumanza, mi sento bene, mi sento a casa mia… Con questa unità di misura posso dire di essere il musicista italiano più ricco in assoluto. Ma se la ricchezza la consideriamo in termini di merce allora sono di certo il più povero di tutti. Dimmi un posto, in Italia, che abbia almeno mille abitanti e io ti dirò che lì c’è sempre qualcuno che mi ospita a casa sua e mi fa conoscere i suoi figli. Gente che mi racconta la sua storia e, ogni volta che passo, mi fa trovare un letto e una tavola preparata. Dopo 25 anni, è questa la nostra grande ricchezza. E se potessi esprimere un desiderio, vorrei che un giorno mia figlia riuscisse a comprendere, non a capire, perché suo padre ha fatto questa scelta di vita. Noi andiamo dovunque ci chiamano, anche dove, come stasera, l’impianto è quel che è e una cassa fa le bizze. Perché non ci devo venire? E ti dirò di più: nelle 120/130 date che facciamo durante l’anno, nessuno ci chiama per fare soldi. Ci chiamano perché ci tengono, per le nostre canzoni. Ma con i nostri concerti nessuno di loro ha mai fatto una lira.

 

Una scelta speculare a quella che impone lo star system, un carrozzone sul quale ultimamente viaggiano anche alcuni cantautori di nicchia. E’ una stagione bruttissima questa in quanto a dischi. A parte il nuovo di Claudio Lolli, non ce n’è uno che valga una lira e, nonostante non si sia mai sentito tanto squallore, la stampa continua a beatificarli e a incensarli…

E’ il mestiere… Sono bravi perché hanno il mestiere. Non per altro… Se sei bravo, quando suoni puoi avere anche la chitarra scordata o una corda rotta però, come diceva Gramsci, devi essere organico… Hendrix è diventato Hendrix perché, quando è andato dagli zingari per imparare a suonare la chitarra, non gli hanno detto: “Queste sono le scale!”. Gli hanno detto: “Tu mangi e dormi con noi quanto ti pare e piace e poi, se impari, sono cazzi tuoi…”. Non gli hanno detto: “Prendi questo metodo e vallo a suonare da un’altra parte!”. La musica è vita, se non la vivi non la fai, questa è la realtà! La nostra musica non ha bisogno di luci sfavillanti. E’ come la mia vita di tutti i giorni, nella quale condivido il poco che mi serve con quelli come me. E se faccio questa vita, non posso poi salire sul palco e diventare un’altra persona. Sarei un bluff e la musica sarebbe la prima a risentirne. Neppure mi va di giudicare troppo gli altri perché, rispetto ai mostri sacri, quelli veri, quelli grandi, non sono nessuno… Nel disco c’è Altamante, uno che ha più di 80 anni, è uno dei più grandi poeti viventi, una persona che se la vedi ha attorno un sole, emana una luce che non ha nessuno… Benigni, Riondino, quasi tutti i personaggi toscani hanno imparato da lui. La differenza è che loro oggi sono famosi. Altamente ti basta incontrarlo per dieci minuti e, se ha una bottiglia di vino, è l’uomo più felice del mondo. Capisci Franco? Sono questi i veri maestri. Non Benigni e gli altri! Finché abbiamo la possibilità, cerchiamo di andare alla radice delle cose, non limitiamoci a confrontarci con qualche ramo. Ti racconto un’altra storia. Tanti anni fa mi è capitato di dare una mano al batterista che allora suonava con noi. Lui stava partendo per il servizio militare e mi chiese di sostituirlo, alla chitarra, in un gruppo folkloristico delle nostre parti. “Sai che palle!” ho pensato… Invece, mi sono trovato a suonare con dei maestri di organetto e di tamburello da paura. Ormai sono morti da tanti anni, ma ti dico che nella mia vita ne ho conosciuti di musicisti, punk, italiani, inglesi e americani ma, rispetto a questi, erano quasi tutti delle mezze seghe: quando suonavo con loro, non c’era paragone. Ecco lo stile di vita! Un tempo Agrigento era famosa perché ospitava il festival dei Due Mondi, il massimo assoluto che attirava i gruppi folk da tutto il mondo. L’ultima sera, quella della finale, due di loro non si sono presentati. L’organizzazione ha dovuto rivoluzionare la scaletta, le coreografie, i balli… Alle 6 del mattino dopo, questi arrivano in albergo accompagnati dalla macchina della polizia. Li avevano raccolti la sera prima dall’altra parte della strada ubriachi fradici e nessuno che si ricordasse quale fosse l’albergo. Un’altra volta in Svizzera, ci hanno fermati perché c’erano delle damigiane di vino sotto la corriera. Ma ci pensi? Il vino che si portavano da casa! Era questo il loro modello di vita, la musica… Non potevi bluffare. Sono stati loro i miei grandi maestri. Ed è per questo che, negli anni a venire, per cercare qualcosa dovrei guardare indietro il più possibile, guardare indietro per poi andare avanti. Spero di condividere questa scelta con i miei musicisti, con quelli con i quali lavoro e con quelli con cui lavorerò in futuro. Cercare di ritrovare la fonte della musica vera, ma anche un pubblico che sappia apprezzare e senta il bisogno di queste cose. E finché ci saranno due persone, o anche solo una sola che ha bisogno, ti giuro che queste cose vado in giro a raccontarle. E a cantarle.

Franco Vassia

Inserito da Roberto il 25 agosto 2009