(Intervista a cura di Gianluca Spirito per la rivista Etnobazar)
“Le radici e le ali” – a 10 anni dall’uscita del disco, un’intervista con i Fratelli Severini
1) “Le Radici e le Ali è un disco fondamentale per il futuro dei Gang e del rock tricolore post-punk. E’ cantato in italiano …introduce finalmente… elementi autenticamente nostri in un idioma, il rock’n’roll, d’importazione”. (Velvet 1991)
Elementi di contaminazione di musicale prettamente italici sono anche in “Reds”, ma con le Radici e le Ali si affacciano prepotentemente nella musica dei Gang. Cosa vi ha portato a questo?
Moltissime ragioni, riflessioni, incontri, emozioni.
Prima di tutto cinque anni passati su e giù per l’Italia, durante i quali abbiamo conosciuto dal vivo molte realtà in movimento e da queste abbiamo tratto, colto, carpito l’esigenza di un nostro “salto in avanti”.
Eravamo un po’ in un vicolo cieco e sentivamo il bisogno di essere più organici alle realtà che avevamo conosciuto.
Importantissimi furono gli incontri e confronti con Felice Liperi, con Sandro Portelli e la rivista i “Giorni Cantati”, gli incoraggiamenti a seguire tale strada di Max Stefani del Mucchio Selvaggio.
Poi in fase di realizzazione Oderso Rubini fu l’uomo che ci permise di trovare aperta la porta di molte collaborazioni di musicisti che conoscevamo di fama, primo fra tutti Antonello Salis, che nel disco suona la fisarmonica.
2) In tutti gli album della Cramps, etichetta milanese a cui graficamente si ispira il cd, c’era la spiegazione, tramite dizionario, del titolo. Perché “le radici e le ali”?
“Le Radici e le Ali” è il primo disco di una trilogia attraverso la quale abbiamo cercato di aprire una ferita (per curarla s’intende), quella dell’Appartenenza.
Come dire dall’Esilio al Ritorno.
Un viaggio alla ricerca di un’identità in crisi. Così il primo passo era appunto far si che la memoria si trasformasse in nuovo immaginario, non andava perduta, cancellata e l’unico modo era renderla ancora utile, funzionale, per essere ancora qui, tra cielo e terra. Almeno cercare di realizzare un nuovo territorio dove radici e ali potessero ritrovarsi, confrontarsi e dialetticamente trovare nuove direzioni.
3) La copertina ha un mirino che punta sull’Italia. Il voler parlare dell’Italia di quegli anni vi ha spinto ha cantare in italiano o il voler adottare la nostra lingua per cantare ha influenzato la scelta dei testi?
Certamente l’uso della lingua italiana ti permette di essere più diretto e, la parola contribuiva a suscitare un’emozione molto più forte.Ti fa sentire molto più vicino a chi ascolta.
Voler cantare tante storie italiane, da “Johnny lo zingaro” a “200 giorni a Palermo” a “Chi ha ucciso Ilaria Alpi” e tante tante altre significava per forza di cose farlo in italiano.
4) “Nel 1977 il punk ha spazzato via tutto quanto era avvenuto in termini musicali e politici” (Intervista a Rockerilla 1991). Gli Area, gli Stormy Six, la canzone d’autore italiana, presenti sul disco in varie forme, rappresentano un voler cercare di trovare una linea che ricucisse quello “strappo”.
Diciamo che questa era una delle velleità e delle ambizioni buone che il disco aveva ed ha tuttora. Non sta a me dire che ci siamo riusciti, ma almeno abbiamo tentato di riprendere quella strada, quella esperienza nata e cresciuta durante gli anni ’70, un periodo che ancora oggi ritengo estremamente entusiasmante e non solo per la ottima qualità musicale che si produceva nel nostro paese.
5) Oltre a quello ci fu un tentativo di realizzare quel concetto di unione di tribù presente già dal primo disco?
Quella di collaborare con musicisti provenienti da esperienze e linguaggi diversi dai nostri è stata fin dall’inizio una nostra caratteristica. Penso sia il metodo migliore per arricchirsi, per migliorare. Oggi magari sento meno questa esigenza, allora di più ma è tutto relativo ai tempi e al progetto che si intende realizzare.
6) Le recensioni furono per la maggior parte entusiastiche ed anche i Poll di fine anno delle maggiori riviste specializzate vi videro in cima alle classifiche.
Come avete vissuto questa euforia intorno a voi?
Positivamente. La critica musicale è stata importantissima per noi poiché attraverso il Mucchio, Rockerilla, ma poi anche Rockstar, il Buscadero ecc…
Molti hanno ascoltato i nostri dischi, sono venuti ai nostri concerti. Senza quel tipo di appoggio per noi sarebbe stata più dura.
7) Ci sono canzoni di quelle session che sono state incluse nei cd seguenti? Canzoni che invece avevate già pensato per essere realizzate in inglese?
No, le canzoni che volevamo realizzare erano quelle e quelle sono state. E’ stato così fino a Controverso dove abbiamo scartato molte canzoni; fino ad allora non è mai successo niente di simile, almeno che io ricordi.
8) Furono realizzati dei video?
Furono realizzati 2 video: “Bandito senza tempo” e in seguito “ Le radici e le Ali”
9) L’atteggiamento della casa discografica prima e dopo l’uscita dell’album quale fu?
Non impazzirono dalla gioia, né stesero tappeti al nostro passaggio, ma credo onestamente che Tina Silvestri, allora direttore artistico della CGD, ne fu soddisfatta e questo facilitò in parte il lavoro di “Storie d’Italia”.
Comunque le condizioni in cui realizzammo “Le Radici e le Ali” furono pazzesche e fu un miracolo venirne fuori e arrivare alla fine, grazie soprattutto alla testa dura e alla “tigna” mia e di Sandro.
10) Ricordo un concerto dei Gang ad Umbertide ed ancora il vostro repertorio dal vivo comprendeva canzoni cantate in tutte e 2 le lingue, poi niente più.
Come mai?
Non ci siamo mai guardati indietro, né abbiamo avuto mai nostalgia per un periodo particolare in tutti questi ultimi venti anni. Abbiamo sentito sempre il bisogno di realizzare qualcosa di nuovo, di altro tenendo conto delle emozioni che “qui ed ora” ci venivano regalate, soprattutto dal pubblico.
Quando uscì “Le radici e le ali” non potevamo fare un concerto con una decina di canzoni di quel disco, era inevitabile proporre almeno parte dei precedenti 3 dischi cantati in inglese. Magari in futuro qualche canzone di Barricada o Reds o Tribes’ Union può rinascere ma cantata in italiano, come già abbiamo fatto per “Emigration Song”.
11) Come cambiò il pubblico dei concerti dei Gang dopo “le radici e le ali”?
Cambiò in meglio. Ci fu da allora in poi una maggiore “vicinanza”, maggior confronto, stima, coinvolgimento nei concerti, più emozione. E’ stata per noi una svolta di ripartenza, di “ricominciare”, di rinascita.
12) Dopo aver trovato la vostra recensione sul Mucchio Selvaggio sono andato avanti per cercare nella rubrica delle lettere qualcosa che criticasse i Gang, e l’ho trovata.” Perché the Gang per forza in italiano per poi sentire la nostra più grande band fare De Gregori”. Quali furono, all’epoca, le critiche che vi diedero più fastidio?
Non so, non ricordo così bene le critiche che ci infastidirono… Già eravamo grandi d’età e d’esperienza, ne avevamo già mandati giù di rospi per cui le critiche negative facevano parte del gioco.
13) I musicisti che parteciparono a le Radici e le ali comprendevano musicisti allora già famosi quali Mauro Pagani, Massimo Bubola ed altri che lo diventeranno vedi Daniele Sepe. Come li avete scelti?
Invitammo molti musicisti che avevamo conosciuto artisticamente negli anni della progettazione del disco. Con Oderso Rubini divenne possibile contattarli visto che con alcuni di loro aveva già lavorato. C’era un mondo musicale in italia e con quello cercavamo confronto e collaborazione.
Fu un grande onore e piacere lavorare con molti di questi. Basta scorrere la lista delle partecipazioni per provare ancora, dopo tanti anni, una gioia ed un sorriso per ognuno di loro.
14) La canzone più immediata e quella che vi ha fatto più soffrire in studio.
La più immediata? Forse Bandito senza tempo. La più complicata da realizzare fu senza dubbio Oltre per via della banda musicale. Durante le lavorazioni fummo costretti a cambiare studio da Milano a Bologna e così dovemmo trovare un’altra banda. Alla fine incontrammo il maestro Ronchetti e la banda di Casalecchio di Reno.
Nel nostro piccolo fu un impresa perfettamente riuscita.
15) Come andarono le vendite? Quanto vende oggi “Le radici e le ali”?
Bene, andarono bene allora e ancora oggi è quello fra i dischi che si vende di più. Comunque non siamo stati tra i primi 10 in classifica. E anche questo può essere un motivo di vanto, dipende dai punti di vista….
16) Quali canzoni eseguite ancora dal vivo? Qualche ragione particolare?
La scaletta di quest’estate era composta da una forte prevalenza di canzoni tratte da “Le radici e le Ali”: “La Lotta Continua”, “Socialdemocrazia”, Johnny lo Zingaro, Le radici e le Ali”, tutte riviste e rivisitate.
La ragione è che sono canzoni che hanno vita lunga. Trovano più applausi e sorrisi e occhi che danzano oggi che non 10 anni fa e questo ci sorprende piacevolmente.
17) Cosa pensano i Gang dopo 10 anni di “le radici e le ali”?
Che è nel nostro percorso una tappa fondamentale poiché s’è rivelato per ciò che è veramente, magari qualche anno dopo la sua uscita.Per noi era un limite o meglio il nostro limite da superare e (come tutti i limiti) si è rivelato una soglia. Io personalmente sono orgoglioso di aver partecipato a questo progetto e di essere riuscito a realizzarlo. Ne sono fiero e felice. Anche la qualità discutibile del missaggio e della registrazione che per tanto tempo ho criticato oggi posso dire che è nella natura di quel disco.
E’ così perché è stato realizzato in quelle circostanze e anche quell’aspetto testimonia una scarsa possibilità di accesso alle tecnologie avanzate che alla fine da più identità al lavoro e non lo confonde con altri e non lo rende anonimo ma gli accresce autonomia e identità. Grazie a tutti quelli ci hanno aiutato in questa splendida avventura.
18) E di quello che accadde in quegli anni (guerra nel golfo, università, cambio nome del Partito Comunista)?
Erano anni difficili, c’era una svolta e bisognava svoltare. Noi rispondemmo in quel modo e con quelle canzoni e cantammo in maniera più che chiara da parte bisognava stare.
Per non perdere la rotta e per continuare la lunga marcia. Da comunisti, nuovi, quelli che tentavano di far incontrare 3 tradizioni e radici come:
1) quella cristiana
2) quella socialista che aveva portato alla nascita del Partito Comunista, per essere esatti quella gramsciana
3) quella libertaria o eretica propria della Minoranza…
Da questo incontro le radici avrebbero potuto trovare ali nuove ed andare oltre la palude di quegli anni. Lo affermammo cantando con un mucchio di canzoni e un progetto. E per noi non fu più come prima. Lo stesso accadde a una realtà che rischiava di scomparire e che invece in quegli anni trovò nuova passione, nuove strade, nuova appartenenza e nuova identità.
19) I Gang City Ramblers e i concerti con la Macina dimostrano a mio parere che quelle canzoni sono entrate a far parte della storia musicale italiana. Oggi i Gang in quali gruppi italiani vedono tracce di “Le radici e le ali”?
L’esperienza fatta con i Modena City Ramblers “Gang City Ramblers” è stato il più bel regalo che un gruppo potesse farci. Ne sono rimasto commosso e felice.
Circa le tracce direi che abbiamo gettato dei semi e questi sono cresciuti dove il terreno era quello giusto e dove le stagioni hanno fatto il resto.
Modena City Ramblers, Mau Mau, Tupamaros, Marmaja, Yo Yo Mundi, ma anche una meravigliosa “Onda d’Oro” che nello spirito e nell’anima più che nella forma sentiamo vicini come Rato Blanco, Rosa Tatuata …
Con alcune di queste band, soprattutto quello meno “in fama” vorremmo realizzare diversi progetti, tra i quali quello di un cd fatto di cover di nostre canzoni.
20) Le radici ha avuto qualche riscontro all’estero?
Non abbiamo fatto né tour né promozione dei nostri dischi all’estero, forse è stato un peccato aver trascurato questo aspetto.
Per quel poco che ne sappiamo “Le radici e le Ali” è conosciuto in Germania, nei paesi baschi, in Svizzera e chissà dove saranno andate a finire quel mucchio di canzoni…..A tutte posso soltanto augurare buon viaggio e buona fortuna.
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Oltre a Marino e Sandro abbiamo intervistato su “Le Radici e le Ali”:
ANDREA MEI – ODERSO RUBINI – SANDRO PORTELLI – MASSIMO GHIACCI – GASTONE PIETRUCCI
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ANDREA MEI
era il “terzo Gang” ai tempi de “Le Radici e le Ali”.
1) Andrea Mei prima dei Gang
Prima di entrare nei Gang ero uno studente del DAMS di bologna, studiavo cinema e anche se avevo compiuto gli studi inferiori di pianoforte e con pochi anni avrei raggiunto il diploma, avevo lasciato gli studi musicali.
Contemporaneamente però ho incominciato a suonare con gruppetti ed amici fino ad entrare nei Gloria. Il cantante ci fece conoscere la nuova scena musicale rock italiana, era il 1985 Litfiba su tutti, e per quello che mi riguardava mi obbligò a non suonare il piano ma soprattutto i synt e le tastiere in generale. Eravamo più o meno una brutta copia dei Litfiba però l’entusiasmo era certamente alto e comunque con loro apprendo i primi rudimenti di cosa significhi stare in un gruppo. Poi è arrivata l’occasione di entrare nei Gang e da quel momento la mia vita ha preso sicuramente un’altra strada. Alla fine ho lasciato l’università e ho rincominciato a studiare musica.
2) Su Reds suonavi le tastiere. Sei passato alla fisarmonica per l’esigenza della nuova musica che i Gang eseguivano o già la suonavi?
Sono stati Marino e Sandro a farmi conoscere la fisarmonica, in Reds un giorno si presentò Sandro con una fisarmonica piccolina, mi chiuse nella sala ripresa e mi fece suonare “My new general” non so se è esatto il titolo, comunque era la prima volta che la suonavo. Devo dire che me ne innamorai subito, anche se non l’ho mai vista come uno strumento da suonare da solo (anche perché non sono per niente bravo sui bassi) e provavo un grande fascino suonarla sui blues o rock and roll. Da quel momento la fisarmonica diventò piano piano il mio strumento principale insieme a hammond e il piano.
Nelle radici e le ali ho suonato la fisarmonica in chicco il dinosauro, per gli altri pezzi io non ero ancora pronto per suonare perché era da poco che la studiavo ed allora abbiamo chiamato Salis che è stato semplicemente straordinario. Sentirlo suonare quelle canzoni che io conoscevo benissimo, con tutti quei riff improvvisati e geniali è stata una delle esperienze più belle che mi siano mai capitate. Il suo modo e il suo atteggiamento nei confronti dello strumento mi ha influenzato molto anche se io non sono un jazzista. Con Antonello siamo diventati anche amici e devo dire che da lui ci si impara anche soltanto facendo pranzo insieme.
3) Che atmosfera e che aspettative c’erano durante le registrazioni?
Le aspettative erano tante, avevamo coscienza di fare un disco “nuovo” di quelli che in commercio non ne trovi.
Le novità erano tante; il cantato in italiano, l’uso di molti strumenti acustici della tradizione popolare mescolati con organo e chitarre elettriche ci dava l’impressione che il disco venisse almeno originale. L’atmosfera era bella, o meglio, eravamo noi che diciamo eravamo contenti perché ci piaceva quello che stavamo facendo. Questo è un mestiere che se lo fai e non vuoi andare al manicomio devi farlo bene e ti deve piacere quello che stai facendo altrimenti è meglio lasciar perdere. Lo studio era a Taccona di Muggiò un posto dove il sole è un optional e la gente non è sicuramente della più’ allegra, ma avevamo un buon studio con cucina tavolo da biliardo, televisore ed anche un vecchio flipper per cui a noi andava bene. Oderso Rubini era il nostro produttore e con lui ci facevamo delle grandi risate. Non mancavano i momenti di tensione anche perché, lavorando con tanti musicisti esterni i quali non avevano mai sentito le canzoni prima, ci trovavamo a gestire situazioni difficili che sia noi che oderso non eravamo in grado di gestire. Comunque niente di grave ci si dormiva su e il giorno dopo eravamo ancora pieni di entusiasmo. Abbiamo registrato un paio di settimane anche a Bologna vivendo un po’ come sfollati in un garage perché ci stavamo finendo i soldi messi a disposizione dalla Cgd.
4) Sei rimasto soddisfatto del disco?
Tutto sommato sì, certo il disco ha molte pecche, suona male i missaggi spesso non tengono conto delle parti e diciamo in generale non è un prodotto riuscitissimo, non è neanche anche suonato benissimo ma tutto sommato le idee vengono fuori e il disco è comunque il primo del genere in italia e sicuramente ha aperto una strada a molti gruppi italiani sia per quello che riguarda i testi che per il modo di fare musica. Il limite del disco è stato che non avevamo un arrangiatore in grado di gestire tutte quelle parti che giorno per giorno nascevano in studio sia da noi che dai musicisti esterni. Oderso fu molto bravo a creare la giusta atmosfera ed ha avuto anche delle buone intuizioni ma non è un arrangiatore e quando cominciavamo a mettere molti strumenti uno sopra l’altro vennero i guai. Noi tra l’altro non eravamo molto più’ svegli di lui e anche quando ci accorgevamo che qualcosa non andava non sapevamo mai come metterla a posto. Io comunque ho imparato moltissimo da quest’esperienza, veder suonare tutti quei musicisti, Salis su tutti, fu una grande emozione e poi capii molte cose di me e dei miei limiti e di quanti studi ancora avrei dovuto compiere per migliorarmi e poter stare al passo con le scelte musicali che che il gruppo avrebbe preso da lì in poi.
5) Chi sono i musicisti che ti hanno colpito di più durante le registrazioni e perché?
I musicisti furono tutti bravissimi, comunque oltre ad Salis mi impressionò molto anche Lele Melotti che suonò la batteria in ombre rosse.
6) Ricordi la formazione del tour de “Le radici e le ali”? Come avete scelto i musicisti?
La formazione di quel tour fu più volte cambiata, all’inizio eravamo a parte io Marino e Sandro, Roberto al sax di cui non ricordo il cognome, Frank Nemola alla tromba (ora programmatore con Vasco Rossi), alla batteria Gian Luca Di Cortina e Stefano Trovato al basso dei quali non so più nulla. Furono sostituiti a metà tour con Giampiero Petrini alla batteria e Roberto al basso entrambi di Torino. In seguito continuammo a lavorare solo con Petrini che registrò Storie d’Italia.
7) Che ricordi e sensazioni hai oggi ripensando a quell’album?
Ripeto ho un bel ricordo e se leggi nel mio sito www.andreamei.com trovi anche dei piccoli aneddoti in riguardo.
8) Andrea Mei oggi
Oggi sono un musicista con più di trenta dischi realizzati a vario titolo, da semplice musicista ad arrangiatore, produttore e fonico. Sono uscito due anni fa dai Gang appena terminato l’ultimo disco perché volevo portare a termine dei miei progetti, cosa che non mi era permessa se fossi rimasto con loro, ho composto quattro brani per l’ultimo disco dei Nomadi fra cui i due singoli e con loro sto lavorando per il prossimo. Sto producendo anche un gruppo di Milano, gli Eastwood, che dovrebbero uscire per la prossima primavera.
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ODERSO RUBINI
è stato il produttore del disco.
1) Come è avvenuto l’incontro tra te e i Gang per “Le radici e le ali”
Come Associazione UNION (produttori Indipendenti italiani) avevamo realizzato per la CGD il progetto UNION, al quale anche i Gang avevano partecipato. La direzione artistica della CGD al termine del lavoro mi ha chiesto se mi interessava produrre il primo cd dei GANG in Italiano. Naturalmente la cosa mi intrigava molto e dopo alcuni incontri con Sandro e Marino, che hanno portato ad una prima messa a fuoco del progetto, abbiamo deciso di iniziare a lavorare insieme.
2) Siete entrati in sala con dei provini?
Si sono stati fatti dei provini in uno studio vicino a casa dei Gang, sul quale abbiamo iniziato a fare delle scelte artistiche, sulle sonorità, sugli artisti da coinvolgere, con quale tecnico eccetera.
3) Qual è stata la canzone più stravolta e quella meno toccata?
Probabilmente la canzone più stravolta è stata proprio “Le radici e le ali”, mentre quella meno “lavorata” è stata Socialdemocrazia.
4) E’ stato difficile gestire così tanti musicisti? Ti fa piacere il fatto che oggi alcuni di questi musicisti siano affermati in Italia?
Beh, i musicisti coinvolti erano praticamente tutti amici, e quindi è stato abbastanza facile anche gestire il loro contributo artistico. Sono strafelice se qualche musicista che stimo perché ha talento, si afferma, ci mancherebbe!
5) Cosa hai pensato a prodotto ultimato? Eri ansioso di leggere le recensioni e di vedere la risposta del pubblico?
Non essendoci in Italia un livello di giornalismo musicale accettabile, non mi sono certo fatto prendere dall’ansia per le recensioni. Mi interessava molto invece vedere come il pubblico avrebbe reagito ad un progetto in qualche modo così ambizioso. Del prodotto ultimato ero entusiasta allora, e rimango tuttora convinto che avrebbe potuto ottenere risultati ben maggiori di quelli realmente ottenuti. Il mio unico rimpianto è stato quello di non aver potuto completare l’ideale trilogia che avevamo in testa sin dall’inizio, ma è inutile rammaricarsene ora.
6) Che giudizio hai oggi, 10 anni dopo, dell’album?
Raramente mi capita, ma riascoltando “Le radici e le Ali” oggi, provo ancora delle emozioni molto forti e piacevoli, pari a quelle di allora. Ho sempre sostenuto che questo disco, nel tempo, avrebbe mantenuto la sua carica emotiva e non sarebbe invecchiato. Era un grande disco allora, rimane un grande disco adesso, per me uno dei più bei dischi realizzati in Italia in questi ultimi 10 anni.
7) Oderso Rubini oggi
Oggi, come tanti mi occupo di Internet, sviluppando un sito per la distribuzione di musica (Sonicrocket.com <http://www.sonicrocket.com> ) e parallelamente presso il Centro Musica di Modena progetto e realizzo (assieme ad altre persone) corsi di formazione per provare ad immettere un po’ più di competenze nel mercato discografico, in particolare formando persone che si pongono tra gli artisti e il mercato (produttori, manager, promoter, editori, ecc www.rockimpresa.com. Per divertirmi un po’ due anni fa ho anche prodotto l’ultimo disco degli Skiantos “Doppia Dose”.
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ALESSANDRO PORTELLI
Alessandro Portelli ha scritto l’introduzione nel libretto interno de “Le Radici e le Ali”.
1) Perché i Gang dovevano cantare in italiano?
Non è tanto che dovevano quanto che secondo me gli veniva meglio. Il loro inglese non era perfetto, e mi sembrava che avessero delle cose da dire che venivano capite meglio se dette nella lingua dei loro ascoltatori.
2) E’ riuscito l’album nel suo intento di unire Radici e Ali?
Mi è sembrato un eccellente tentativo – queste cose sono processi che non si concludono mai del tutto, ci si può più che altro avvicinare, mostrare delle vie. Mi sembra che quel disco sia un esempio positivo.
3) Le Radici e le Ali 10 anni dopo. In quali artisti e in quale musica ne possiamo trovare le tracce?
A me vengono in mente i Sud Round Sistema, gli Almamegretta…
4) Nel booklet del cd c’è un suo intervento in cui afferma “sono almeno 3 generazioni che anche in campagna fisarmoniche e bassi tuba sono uno sfondo sbiadito”. La musica popolare, oggi in Italia, è quella delle chitarre elettriche o dei mandolini?
Né l’una né l’altra, credo. In questo momento mi sembra che lo strumento musicale più usato e vivace siano le percussioni, specie al Sud.
5) Se un gruppo italiano volesse nel 2001 chiamare il suo album “le Radici e le Ali” di che influenze musicali e letterarie dovrebbe tener conto oltre a quelle presenti nel disco dei Gang?
Non lo so – credo che le esperienze del movimento operaio e della resistenza, e la letteratura che hanno prodotto (e la musica) siano imprescindibili come basi di memoria. Quanto alle ali, la cosa bella è che chi le trova le trova in posti imprevedibili, non è possibile prescrivere niente in proposito.
6) Bandito senza tempo e le Radici e le ali hanno vinto insieme ai MCR una classifica stilata dal sito “Combat folk”. <http://it.clubs.yahoo.com/clubs/combatfolk> Che caratteristiche deve avere una canzone per passare da composizione di uno a patrimonio di tanti?
Credo che debba essere cantabile e suonabile anche dalle persone comuni, anche senza grandi apparati. Insomma, una cosa usabile, che si può rifare e ricordare.
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MASSIMO GHIACCI
Massimo Ghiacci è il bassista dei Modena City Ramblers. La scorsa primavera, i Modena hanno dato vita con i fratelli Severini ai Gang City Ramblers.
1) Hai comprato l’album all’epoca in cui è uscito?
Ho comprato il cd solo successivamente. All’epoca, all’inizio degli anni ’90, ricorderai, si usava ancora fare le cassettine. Avevo il vinile di “Reds”, il precedente disco dei Severini, l’ultimo in inglese, e feci uno “scambio” di registrazioni con un amico che aveva “Le radici”, non ricordo se esattamente all’epoca della sua uscita, ma comunque più o meno in quel periodo.
2) Nella copertina del vostro primo cd “Riportando tutto a casa” c’è anche la copertina del loro album. Come vi ha influenzato “Le radici e le ali?”
All’epoca degli inizi con i Ramblers, nel ’92, i Gang erano, assieme ai Mau Mau di “Mostafaj”, il nostro preciso riferimento “strategico-musicale-concettuale” italiano. Al di là dell’amore per la musica e il modo di concepirne il ruolo proprio della tradizione irlandese, questi due gruppi erano esattamente ciò che noi cercavamo nella scena italiana. E se per i piemontesi questo valeva soprattutto per la loro natura multi etnica, per l’utilizzo di un dialetto bastardo innestato su suoni e ritmi altrettanto meticci, per i Gang si deve citare la loro scelta di cantare in italiano e di portare finalmente e dopo “anni luce” dalle ultime esperienze al proposito (quelle degli anni ’70) tematiche di protesta e rivendicazione sociale e politica nella musica di un gruppo rock (combat!) italiano. Questo disco, assieme al successivo “Storie d’Italia”, che uscì proprio in contemporanea con la realizzazione del nostro demo “combat-folk”, rimane per noi, al di là del suo essere raccolta di brani bellissimi e immortali, un caposaldo per tutta una scena musicale italiana, che più che unita dai tempi, e perciò databile precisamente, e dai suoni, ci sembra, con l’esperienza di oggi, realmente identificabile per il comune modo di pensare e “sentire” la musica. Di questo ne eravamo perfettamente consapevoli all’epoca di “Riportando tutto a casa”, e proprio per questo la copertina del disco compare sulla nostra assieme a tante altre cose che, fondamentalmente, ci rappresentavano. In una qualsiasi enciclopedia del rock italiano (se mai ce ne sono e saranno), le “Radici” dovrebbe comparire a partire dalla copertina, per la sua importanza e per quanto significa e continuerà a significare per chi in Italia ha ambizione di fare rock e cultura…
3) Oggi cosa pensi del cd?
Rispetto alle successive produzioni dei Gang, in particolare confrontandolo con gli altri due episodi della cosiddetta “trilogia folk” dei marchigiani, ho sempre ritenuto questo disco il più bello per l’importanza delle canzoni raccolte ma anche il meno riuscito quanto ai suoni. Sinceramente, dopo qualche tempo che non lo riascoltavo, la mia ultima impressione non è poi così netta al riguardo, appunto, dei suoni. Anzi, mi sembra che il suo essere un po’ meno raffinato e un po’ più “ruspante” (parlo proprio della qualità delle registrazioni e del mix, non certo per le esecuzioni e gli arrangiamenti, visto che nel disco compaiono musicisti del calibro di Antonello Salis!) sia decisamente un punto a suo favore. Ne guadagna il senso di immediatezza e urgenza espressiva che quelle canzoni sicuramente avevano nel momento della loro nascita. Cosa commentare in più? Ti posso solo dire che per me “Bandito senza tempo” e “Le radici e le ali” sono due tra le più belle canzoni mai partorite da dei musicisti sulla faccia della terra.
4) I Gang City Ramblers. Come vi è venuta l’idea e che canzoni del cd avete risuonato dal vivo?
Sapessi da quanto volevamo fare un concerto vero e proprio, e preparato, coi fratelli Severini… Forse, sognando, proprio dal giorno in cui uscì “Le radici”! Diciamo che, finalmente, tutti noi la primavera scorsa abbiamo avuto il periodo giusto per mettere in pratica un progetto che spesso, in precedenza, avevamo scherzosamente favoleggiato! Mi ricordo ancora una volta, sarà stato il ’95, in cui suonammo insieme a Correggio una incredibile slow-version di “I fought the law”! Dal vivo abbiamo eseguito assieme, come un’unica band, brani nostri e loro, per lo più riarrangiati per l’occasione. Delle canzoni di “Le radici e le ali” suonammo “Socialdemocrazia”, “Bandito”, “Chico Mendes”, “Johnny lo zingaro”, “Le radici” e, naturalmente, “La lotta continua”! La data del primo maggio a Savona è stata interamente registrata, ma, per problemi di nostri contratti major, non possiamo (per il momento) utilizzarla. Speriamo che i nastri (che non so bene chi abbia) non vadano persi! Comunque, testimonianza dei Gang City Ramblers ci sarà nel cofanetto-cd che celebrerà il compleanno del Manifesto e che dovrebbe proprio di questi tempi vedere la luce. Compariranno sei brani fatti assieme.
5) Un pensiero finale sui Gang
Dei maestri, dei fratelli. Per ciò che ci hanno insegnato, per ciò che ci regalano ancora. Fino a che riuscirò a fare questa vita di musicista, i fratelli Severini saranno il mio esempio, oltreché per l’aspetto musicale, per quello umano. Per il loro modo di stare tra la gente e di porsi nei confronti di chi fa musica e cultura, a prescindere da chi si trovano davanti. Per il coraggio di cambiare e per la loro fiera indipendenza, dalle mode, dalla discografia, dalle critiche.
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GASTONE PIETRUCCI
Gastone Pietrucci è il leader del gruppo folk La Macina ed ha ideato insieme ai Gang un progetto chiamato “La memoria le radici e le ali”
1) Conoscevi i Gang al tempo de “Le radici e le ali”?
Si li conoscevo, soprattutto di fama.
2) Ascoltasti il disco quando uscì? le impressioni all’epoca?
No, a dir la verità l’ho ascoltato molto tempo dopo, ricavandone un’ottima impressione.
3) Come nasce il progetto Gang- Macina?
Dopo le collaborazione artistiche che La Macina, aveva fatto con Valeria Moriconi e con Rossana Casale, ho voluto invitare i mitici Fratelli Severini ad un nuovo progetto musicale insieme, ricevendo immediatamente da Marino e Sandro un accoglienza a dir poco straordinaria.
4) Come mai lo avete chiamato proprio “La memoria le radici e le ali”?
Il titolo l’ho deciso io: “La memoria”, perché La Macina, con le sue ricerche sulla tradizione orale marchigiana, ha lavorato e lavora tutt’ora sulla memoria, e “Le radici e le ali”, appunto per citare uno dei dischi più belli dei Gang, se non altro quello più vicino a La Macina e decisamente più “popolare”.
5) Che particolarità hanno le canzoni dei fratelli Severini per entrare a far parte del repertorio di musica popolare?
Tutto il repertorio dei Fratelli Severini affonda sulle nostre comuni radici popolari, e quest’incontro tra i due gruppi “storici” delle Marche è stato uno sbocco naturale, un “ritrovarci” tra “vecchi” cari amici…
6) Come svilupperà il progetto? Ci sarà un cd?
Il progetto si sviluppa nell’incisione di un prossimo CD. A gennaio entreremo in sala di registrazione e finalmente metteremo su vinile, questa nostra comune, bellissima, ubriacante esperienza comune. Il disco uscirà nella Collana de il Manifesto: poi speriamo di continuare a fare tanti concerti dal vivo, insieme, per tutta l’Italia.
7) Ci sono gruppi italiani oggi a cui la Macina potrebbe unirsi per un progetto simile?
Vedi io vorrei collaborare con diversi Gruppi. Anni fa ho fatto qualcosa, con Laura Parodi, Donata Pinti, Sara Modigliani, Mireille Ben, Dodi Moscati, Luisa Poggi, con Riccardo Tesi. Nel ’97 ho fatto una bellissima esperienza con “Transitalia” di e con la regia di Moni Ovadia: eravamo trenta musicisti tutti insieme sul palco, provenienti da vari gruppi folk italiani: purtroppo c’è stato un solo concerto a Vercelli, poi più nulla.
Nel prossimo disco de La Macina, avrò la collaborazione della grande Giovanna Marini: un grande onore per me.
Sarà che La Macina tra poco compierà 35 anni (l’ho formata nel 1968): ma collaborare, confrontarsi con altri artisti, significa non fossilizzarsi ma crescere sia artisticamente che moralmente. Con Marino e Sandro dei Gang si è instaurato un rapporto splendido di amicizia e di reciproca stima, tanto che “lavorare” con loro è diventata ormai un dolce, bella, cara, indispensabile abitudine.
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gggrazzieeeeeeeeeeeeeeee!!!!
A Robby del sito ufficiale dei gang che mi ha messo in contatto con loro e a cui ho rubato alcune foto e Marco che ha un altro sito sui Gang.
Le foto le ho rubate anche a lui.
Se volete sapere tutto sui Gang consultate le loro pagine web
alla disponibilità di
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AI FRATELLI SEVERINI
per il regalo di questa intervista e per la coerenza