(Intervista a cura di Enrico Deregibus per Kataweb Musica)

 

Note indipendenti: i Gang

 

I Gang sono un pilastro del rock italiano degli ultimi decenni. Con Marino Severini proviamo a raccontare una storia a puntate della band e della crescita della scena alternativa italiana partendo dagli inizi: dalla nascita di una rock’n'roll band, dal contesto di quegli anni. Gli anni Ottanta.

 

Com’era il mondo indipendente quando avete cominciato?

C’era un’onda alta e tutti noi eravamo lì sopra, a fare il surf. Si aprivano nuovi club e soprattutto nascevano tante band nuove che riprendevano la lezione del punk, dei Clash, dei Ramones, dei Joy Division. Le prime etichette cercavano di promuovere soprattutto una scena locale. C’era Pordenone, poi Bologna, Firenze, Torino. Queste erano le città con più fermento. E li nascevano etichette come Italian Records, Materiali Sonori, Ira, Toast, con personaggi come Pirelli, i fratelli Bigazzi, Oderso Rubini, Giulio Tedeschi eccetera. Tutto questo mondo gravitava attorno all’Arci, o meglio, dava continuità a un circuito che era entrato in crisi dopo la rottura tra Psi e Pci. Le etichette si confrontavano con quelle indipendenti inglesi o americane, ma anche con un’esperienza di produzione discografica italiana indipendente, veramente indipendente, che era stata molto importante negli anni Settanta: la Cramps di Gianni Sassi, una pietra miliare, una traccia lasciata dal movimento nel decennio precedente.

 

La “comunicazione” come avveniva? Voi come siete riuscite a farvi conoscere?

In quegli anni nascevano tantissime fanzine e nelle radio locali, di movimento, che erano rimaste dagli anni Settanta, si cominciava a fare ascoltare una musica nuova, sia italiana che inglese e americana. Questi erano gli strumenti principali. Furono poi due riviste specializzate che permisero l’espansione di questa scena su tutto il territorio nazionale. Prima Rockerilla di Badino, Sorge e Riva, poi il Mucchio Selvaggio, in cui Federico Guglielmi riuscì a ottenere uno spazio sempre più ampio dedicato alla scena italiana. Un nostro mini, Tribe Union, fu recensito molto bene da Rockerilla, addirittura come miglior disco dell’anno, alla fine dell’84. Significava molto per un gruppo come il nostro questo, era qualcosa che ti cambiava la vita, mentre oggi puoi avere anche la copertina di queste riviste ma non cambia molto. Guglielmi ci dedicò un ampio spazio con un’intervista intitolata “Da un piccolo paese un grande rock”. C’eravamo noi quattro fotografati da un grande come Luciano Viti. Erano cose in grande stile, ed era la prima volta che il Mucchio ospitava un’intervista a un gruppo italiano autoprodotto. Questo rapporto di stima e amicizia con Guglielmi, Max Stefani, ma anche Eddy Cilia, dura tuttora e per noi è stato determinante sia dal punto di vista artistico che umano. Max Stefani, su incitamento di Guglielmi, ci procurò anche un manager, Mariano Barbieri, con il quale lavorammo fino al ’91.

 

Sì, perché poi c’erano i concerti…

Sì, l’interesse da parte di quelle riviste fece sì che iniziassimo a suonare anche fuori dalla nostra regione. I concerti furono tanti, solo nell’85 ne abbiamo fatti 120, 130 in ogni parte d’Italia, ovunque qualcosa stesse nascendo. C’era entusiasmo, voglia di fare, di crescere, c’erano nuove realtà che avevano bisogno di una musica nuova, di una colonna sonora. L’unica cosa che mancava allora erano i soldi. Ma si stava meglio quando si stava peggio. C’era un’energia, un fuoco che si riaccendeva sulle ceneri della sconfitta del sogno del movimento degli anni Settanta e delle aggregazioni giovanili attorno alla politica. Era un modo per ricominciare, insieme, aggregandosi non solo attorno alla politica ma soprattutto attorno alla musica, uno stil novo, anche se non dolce. Per noi furono anni determinanti, ti permettevano una conoscenza sul campo, capivi cosa stavi suonando e soprattutto per chi stavi suonando. In ogni posto lasciavamo i nostri dischi, che allora erano autoprodotti.

 

Suonavate anche come supporter di band straniere…

Erano gruppi che Barbieri portava in Italia. Band come Blasters, Billy Bragg, Pogues e tanti, tanti altri. Fu importante perché ci faceva conoscere a un pubblico nuovo, spesso diffidente verso il rock prodotto in Italia. Un tour che per noi fu una svolta fu quello con Jesus & Mary Chain, il primo che fecero in Italia. Avevano suscitato molto interesse di stampa e di pubblico, ma dal vivo non piacquero molto agli italiani. Noi, nella mezz’ora a disposizione, andavamo giù duri e questo ci aprì tutta una serie di nuove possibilità.

 

E la stampa non specializzata, le radio, la tv?

Lì un’altra persona per noi determinante fu Cinzia Forlanetto, a cui affidammo la promozione di Barricada Rumble Beat. Lei fece tantissimo, soprattutto nell’ambiente della stampa romana sia specializzata che dei quotidiani, ma anche con le radio più commerciali e nazionali. Grazie a lei partecipammo alla prima edizione di Doc di Renzo Arbore. Fu un passaggio molto importante. Ma la comunicazione che funzionò di più per noi fu il passaparola, la cassetta registrata dall’amico che se ne intende e di cui ci si fida, che ti diceva “sentiti questi”. Se non ci fossero state queste scintille anche tutto il resto si sarebbe inceppato. Il passaparola e il lavoro delle riviste, di Cinzia e di Mariano furono complementari, si saldarono.

 

Agli inizi di quel decennio l’Italia si anima, nascono e iniziano ad affermarsi molte band, dalle “posse” ai gruppi che cercano contaminazioni etniche. Voi eravate i fratelli maggiori. Come l’avete vissuto, quel passaggio?

Negli anni Novanta le cose cambiano, c’è una nuova accelerazione. Ma ci sono fatti importanti di quel periodo da tenere presenti, altrimenti non si comprendono certe scelte, anche nostre, e anche le conseguenze che questi fatti hanno successivamente avuto sulla scena musicale. Anzitutto, c’è la svolta storica del Pci, il cambio di nome, ma anche di politica, quando diventa Pds. E poi c’è il riaccendersi del movimento studentesco con l’esperienza della Pantera. E c’è la forte espansione del conflitto che trova nei centri sociali aggregazione e anche un riferimento politico. In quel momento nella scena musicale, fino ad allora indipendente e autoprodotta, entrano per la prima volta le case discografiche, anche se non erano ancora le multinazionali. Questo perché la scena aveva assunto proporzioni tali da destare l’interesse di chi gestiva il mercato della musica italiana. Basta dire che noi con Barricada Rumble Beat riuscimmo a vendere più di 10mila copie più o meno in un anno, una cosa impensabile fino a poco tempo prima.

 

Voi passaste alla CGD…

Sì, quella crescita suscitò l’interesse per noi da parte della CGD di Caterina Caselli. Reds dell’89 fu dato in licenza alla CGD. Nel ’90 firmammo per la CGD, come molti altri gruppi firmarono per una major, e da lì in poi iniziammo anche un rapporto di management con la Barley Arts di Claudio Trotta, anche se per conto della Barley ci seguiva Marco Conforti. E’ una scelta che con il senno di poi ritengo sbagliata, ma era un modo per salire più in alto, per poter fare ascoltare a più persone la nostra voce, come stando su una torre. Per “veicolare il proprio messaggio” come si diceva allora. Stando dentro il mercato, dentro il mondo degli affari.

 

Cosa cambiò per voi in quel momento?

Quello che cambia è che la promozione e la distribuzione dei nostri lavori, che fino a poco tempo prima avevano una lavorazione di tipo artigianale, subiscono un trattamento di tipo industriale, in quel momento direi “aziendale”. In quegli anni si assiste a uno sdoganamento di una certa musica su un mercato molto più ampio, il Mercato con la m maiuscola, diciamo. Ma si cresce restando fedeli a un’identità di stile, che è anche culturale e per molti anche di tipo politico. Parlo per i Gang ma anche per tanti altri gruppi. Per noi incidere per una major come la CGD significava innanzitutto avere i soldi necessari per poter guardare molto più in là della realizzazione di un singolo album, poter guardare fino a tre o quattro dischi. E avere i soldi per poterlo fare significava professionalità, tecnologia, studi, musicisti e anche una promozione che permettesse di arrivare alle radio, ai giornali, alla tv. E significava anche poter fare dei video, allora c’era Videomusic. E poi permetteva di avere una distribuzione su tutto il territorio nazionale, che una major ti assicurava. Ma quello che contava per noi era avere un buon rapporto con chi contava in CGD, e parlo di tre persone in particolare: Stefano Senardi, Andrea Rosi e Tino Silvestri. E nonostante le tante difficoltà, le incomprensioni, i molti confronti, fu un buon momento per noi. Quelli furono gli anni della trilogia di Le radici e le ali, Storie d’Italia e Una volta per sempre.

 

Ecco, crede che quei vostri dischi, e in particolare Le radici e le ali, che è del 1991, abbiano aperto una strada anche ad altri gruppi?

Sì, penso che Le radici e le ali abbia dato il via a una scena che in quel momento stava facendo le prove per una cosa del genere. Cioè per l’incontro con la tradizione, poi la riscoperta e il sincretismo con quella tradizione, con il folk. Noi magari fummo quelli che diedero la spallata a quella porta, da cui poi altri sono passati più facilmente. Anzi, direi che non fu tanto la stampa o la critica a fare di quel disco una pietra miliare, ma fu proprio la scena che ne seguì: decine di gruppi che presero da quel disco l’energia, gli spunti creativi, lo stile e soprattutto capirono che quella cosa si poteva fare e che era ora di farla.

(3 febbraio 2006)

Inserito da Roberto il 25 agosto 2009