C’è un legame esistente fra la rigatura e la punizione, l’esclusione, la privazione. Nella cultura occidentale coloro che indossavano vestiti rigati sono stati esclusi a lungo dalla società. Sono stati come dei… dattati, dei “mandati all’Inferno”, appunto a casa del diavolo!

 

Nei secoli dei secoli il Diavolo ha sempre mantenuto un certo “stile”! Ha indossato degli abiti diversi a seconda delle circostanze ma tutti fatti della stesa stoffa, quella a “righe”. A partire dal XII e XIII sec. numerosi documenti di ogni genere sottolineano il carattere svalutante e dispregiativo o autenticamente diabolico della rigatura nel vestiario. L’ebreo e il buffone di corte, l’eretico e il saltimbanco, il lebbroso e il boia, la prostituta, il cavaliere fellone della Tavola Rotonda, il folle dei Salmi o il personaggio di Giuda, tutti alterano o pervertono l’ordine costituito, tutti in varia misura hanno a che fare col Demonio e sono tutti personaggi reali o immaginari, a cui la società, la letteratura e l’iconografia hanno riconosciuto vesti rigate.
Un caso curioso è quello relativo al mantello dei Carmelitani. Alla fine del XIII sec. essi indossano un mantello a righe a differenza di altri ordini monastici, mendicanti o molitari. Esso rappresenta uno scarto rispetto alla regola, una trasgressione. A Parigi vengono chiamati “freres barrés”, i frati sbarrati. Les barres, in francese antico, designano non solo le righe ma anche i vari marchi della condizione di bastardo. I Carmelitani non vivono in monastero, ma in quartieri sulla riva gauche della Senna, porta a porta con le beghine, li si accusa di cupidigia e vengono considerati come agenti del Demonio, dell’Anticristo. Lo stesso Papa Alessandro VI chiede espressamente ai Carmelitani di abbandonare il loro mantello a striscie. Rifiuti, polemiche, minacce. Non solo a Parigi ma anche in Inghilterra, in Italia, il Provenza, l’ordine dei carmelitani è oggetto di scherno da parte delle popolazioni.
Perché questo discredito della rigatura? Probabilmente perché era un mantello orientale, mussulmano. Il manto d’infamia era stato imposto loro in Siria dalle autorità mussulmane. L’Islam proibiva ai cristiani gli abiti bianchi, segno di nobiltà e distinzione per le leggi coraniche. Lo scandalo sarebbe nato perché dei religiosi portavano un mantello simile a quello degli infedeli.
lastoffadeldiavolo-1Il caso del mantello dei carmelitani non è per niente isolato. Nell’età Carolingia è ancora disonorevole indossare abiti rigati. Sinodi diocesani, assemblee provinciali e concili ecumenici vietano ai chierici di indossare vesti rigate. In tutte le società ecclesiastiche si combattono le righe specialmente quelle a colori vivaci come il rosso, il verde e il giallo che suscitano un’impressione di policromia, di diversità. Nella società laica saranno poi leggi, consuetudini e regolamenti a prescrivere che alcune categorie di esclusi indossino abiti a righe. Nel diritto consuetudinario germanico dell’alto Medioevo tali vesti vengono imposte o riservate a bastardi, servi e condannati. Ugualmente, nelle leggi suntuarie e nei decreti vestiari che proliferano nelle città del sud Europa alla fine del Medioevo viene prescritto di indossare un abito o un indumento rigato a saltimbanchi, buffoni, boia e prostitute. Nelle città tedesche tale obbligo viene esteso a lebbrosi, infermi, zingari, eretici, talvolta anche agli ebrei non cristiani. La funzione di queste leggi è eretica ed economica, ma soprattutto ideologica e sociale. Si tratta di segregare attraverso un abbigliamento, in questo caso le righe, il marchio per eccellenza più visibile, che sottolinea con più energia la trasgressione all’ordine sociale. Nella letteratura, sempre intorno al 1100 ma già in quella latina nell’età carolingia, accade che nei testi in lingua volgare, nella ‘chanson de geste’ e nei romanzi cortesi, cavalieri felloni, femmine adultere, figli ribelli, spergiuri, nani crudeli, cupidi servitori, tutti vengono dotati di rigature araldiche o nei vestiari. Sono personaggi sbarrati e la sola menzione di quelle sbarre è sufficiente a percepire con chi si ha a che fare. Prima dell’anno Mille l’immagine occidentale prende l’abitudine di riservare uno statuto dispregiativo alla rigature vestiaria. Prima nelle miniature poi nella pittura. Sono figure bibliche: Caino, Dalila, Saul, Salomè, Giuda. Con i capelli rossi l’abito a righe costituisce l’attributo ordinario del traditore nelle Scritture. In seguito, la lista dei “maligni” si allungherà con nua folla di esclusi di ogni condizione. Nell’immagine come nella strada sono segnalati per un vestito rigato tutti coloro che si pongono fuori dall’ordine sociale, a causa di una condanna (falsari, spergiuri, criminali) o per un’infermità (lebbrosi, appestati, minorati, pazzi) oppure perché esercitano attività inferiore (valletti e servitori) o una professione infamante (saltimbanchi, prostitute, carnefici ai quali l’immagine associa tre mestieri disonorevoli), infine coloro che non sono mai stati o non sono più cristiani (mussulmani, ebrei, eretici).
lastoffadeldiavolo-2E’ importante sottolineare il legame fra rigatura e idea di diversità, della ‘varietas’, come dice il latino medioevale. Rigato e diverso sono talvolta sinonimi, e tale sinonimia pone la rigatura sotto una luce dispregiativa. Infatti, per la cultura medioevale ciò che è ‘varius’ esprime sempre qualcosa di impuro, di aggressivo, di immorale, di ingannevole. Un uomo qualificato come ‘varius’ è sia un essere scaltro o menzoniero, sia un individuo crudele, sia un malato, si tratti di malattia mentale o della pelle. Lo stesso sostantivo ‘varietas’ sta ad indicare contemporaneamente l’inganno, la malvagità e la lebbra. Un buon cristiano non può essere ‘varius’. La ‘varietas’ ha sempre a che fare col peccato, con l’inferno e col Diavolo!
Fra l’inizio del XV e la metà del XVI sec. la rigatura  perde in parte il carattere diabolico e ne assume uno più domestico restando un marchio svalutante. Il fenomeno è inizialmente italiano. Il patriziato veneziano fa venire dall’Africa degli adolescenti destinati a servire nei suoi palazzi. Questo “tocco” africano diventa presto una moda che si estende a gran parte della Penisola e in seguito Oltralpe. Ogni palazzo, ogni corte ebbe i propri “schiavi” che si vollero vestiti a righe. Tali righe esprimevano contemporaneamente l’origine mantale (per la civiltà medioevale l’Africa è Oriente), la nascita pagana e la condizione servile. L’associazione fra il Nero e la rigatura ebbe una vita lunga nel teatro, nell’incisione e in tutti quegli spettacoli che facevano intervenire dei travestimenti. Vestirsi a righe è sufficiente in tutta l’epoca moderna, per trasformarsi in “selvaggio”, per trasgredire all’ordine sociale e culturale. Le rigature domestiche sono sopravvissute fino a metà del 900 nel gilet rigato, attributo specifico dei camerieri e dei maggiordomi, indumento nato nell’Inghilterra vittoriana, in seguito imposto in Europa e in America.

Nel nostro immaginario contemporaneo un individuo provvisto di un abito rigato può rinviare a diverse  professioni o status sociali ma quello a cui si pensa prioritariamente è la condizione di prigionia. Certo che in nessun paese occidentale i prigionieri sono ora vestiti così, ma l’immagine di una simile tenuta è rimasta molto forte in noi da diventare un archetipo. E questo è accaduto nei fumetti come nella pubblicità. Anche in questo caso sembra che le righe vengano dall’America o meglio dalle colonie penitenziarie del Nuovo Mondo dove questo costume sarebbe apparso per la prima volta intorno al 1760. Ma le righe dei forzati o dei deportati non sono solo un marchio sociale, il segno di un’esclusione o di uno statuto particolare. Iscritte su un tessuto vile esse hanno qualcosa di particolarmente degradante che sembra togliere a chi le indossa qualunque dignità e speranza di salvezza. Inoltre, associando colori inquietanti, volgari e sporchi, le righe sembrano caricarsi di poteri malefici. Non soltanto marchiano ed escludono, ma avviliscono, mutilano, portano sfortuna. L’esempio più pregnante e doloroso rimane quello degli indumenti importi dal sistema nazista ai deportati nei campi di concentramento. lastoffadeldiavolo-3Più a monte la follia e l’internamento costituiscono gli ambiti in cui si può trovare una certa continuità fra i marchi vestiari del Medioevo e la tenuta dei prigionieri moderni. Dal buffone al folle al forsennato non c’è soluzione di continuità, ma un percorso tragicamente coerente che potrebbe essere stato quello delle righe. Gli anelli della catena sarebbero in questo caso la reclusione dei “pazzi” a partire dal XVI sec. poi quello di tutti gli autori di crimini e delitti della seconda metà del XVII sec. allorché la pena che sostituisce la libertà si avvicenda progressivamente agli antichi castighi corporali. Geometricamente e metaforicamente è molto forte il legame che unisce le righe orizzontali della divisa penitenziaria e quelle verticali che formano le sbarre di una prigione. Incrociandosi righe e sbarre sembrano formare una trama, una grata, una gabbia, che isola ancora di più il prigioniero dal resto del mondo. Più che un marchio la rigatura è qui un ostacolo. E ancora chissà quante righe, quelle di Obelix e di San Giuseppe in molte pitture, quelle dei Lanzinecchi e dei marinai, di Ninetto in “Uccellacci Uccellini” e di Marlon Brando – Il Selvaggio, quelle sulla maglietta di un grande maestro di stile come Picasso, di Nando-Sordi in “Un americano a Roma”, quelle degli arbitri di baseball e quelle sulla bandiera americana, fino alle righe su bluse e pantaloni dei ‘beats’ della ‘british invasion’, dei mods, da Pete Townshend a Paul Weller, fino ai White Stripes… tutti ‘barrès’, tutti barrati! E chi più ne ha più se le… metta!

[liberamente tratto da "La stoffa del Diavolo" di Michel Pastoureau]

(Marino Severini)

Inserito da bandito.trovarelli il 4 febbraio 2010