L’immaginario dei Gang

 

La canzone –è noto- si colloca nello spazio dell’immaginario: là dove i sentimenti, le emozioni, gli umori individuali e collettivi si sedimentano in facce e gesti, memorie e storie: e in grandi miti e piccole leggende, epopee e simboli. La gatta di Gino Paoli e La locomotiva di Francesco Guccini, Via Broletto di Sergio Endrigo e Pablo di Francesco De Gregori, ma anche “la canaglia pezzente” e “la Comune di Parigi”, sono altrettante immagini-mito. Che alimentano le fantasie e le malinconie, le passioni e gli sdegni di chi quelle canzoni –e ciò che “dicono”- ama. La canzone fa parte di questo spazio, come il cinema o i racconti dei nonni, e –insieme- è tra gli artefici principali di esso. Ovvero contribusce in maniera rilevantissima a crearlo, quell’immaginario, e a riempirlo di figure e di segni, di suoni e di luoghi. Se questo è vero –e credo proprio che sia vero- dentro quale immaginario, culturale e generazionale, si colloca la Gang? E quale pezzo di tale immaginario produce? Nell’autunno del 1994, un corteo dei centri sociali attraversò Roma, dirigendosi verso il Campidoglio. Quando arrivò all’inizio della scalinata, il passo dei manifestanti prese un altro ritmo, battendo un tempo che, alternativamente, accelerava e rallentava. A indirizzare quell’andamento, incerto tra rap e valzer, era una nuova versione che mi parve bellissima di “Bella Ciao”. Ecco, la Gang è esattamente lì che si colloca: dentro quel ritmo –ma non si tratta solo di note musicali- scandito dall’impasto di ballata e di valzer musette, di tradizione e di modernità, di cultura rurale e di esperienza metropolitana, di Resistenza e di Leoncavallo. E’ una cultura che oggi accumuna settori assai estesi delle giovani generazioni: quelle giovani generazioni che, inopinatamente, riportano nelle strade i ritratti di Ernesto Che Guevara (e di chi dovrebbero, invece, inalberare le foto? Di Michael Jackson?). In questo disco, Una volta per sempre, della Gang c’è Ernesto Che Guevara –anche se mai viene nominato- e ci sono i piccoli paesi delle Marche, c’è il mare e ci sono gli alberi, c’è lo smarrimento e c’è il dolore di questi anni. C’è soprattutto, un viaggio dolente e innocente –ovvero capace di indignazione e di furore- all’interno della nostra storia collettiva.

LUIGI MANCONI

Inserito da Roberto il 25 agosto 2009