(Marino parla a “L’Italia del rock” degli anni Settanta)
“Non erano giullari”
Più dei nomi mi ricordo una certa scena musicale. Allora i miei preferiti erano la PFM e il Banco. Ricordo anche che erano i due gruppi per i quali si dividevano i tifosi del rock in Italia. Ma a me andavano bene tutti e due. Col senno di poi, posso dire che sotto l’aspetto musicale era più interessante la PFM, perché riusciva a coniugare folk e rock con una bella immaginazione. Ma più della musica in sé, mi torna in mente tutta una stagione di raduni sotto il segno del rock. La musica in fondo era un pretesto per un viaggio dopo l’altro, in autostop, per vedere altri giovani, stare insieme e confrontare le esperienze. Non c’erano solo PFM e Banco: c’erano anche Battiato, il Canzoniere del Lazio, gli Area, il primo De Gregori. Ai raduni avevi un approccio di musiche molto diverse. Si leggevano anche le prime riviste specializzate come “Muzak” e “Gong”. Insomma, era un bel leggere e un bel sentire. Era un momento di trasformazione e la musica contribuiva anche come un’identità nazionale: la via italiana del rock. Certo oggi non riesco a provare nostalgia, anche perché ero troppo giovane. Ma allora la musica serviva per una crescita collettiva. Era un pretesto di aggregazione, ma c’era anche cultura e la musica serviva a raggiungere un’identità. Altro che rimpianto, bisognerebbe continuare su questo binario, evitando gli errori fatti in quegli anni. Non bisogna più richiudersi in un ghetto, dove le diversità non vengono più rispettate da una parte e dall’altra. Mi viene in mente in caso del Leoncavallo. Vengo di lì, credo molto nella politica come arma. Il ghetto va superato e non certo proclamato come una diversità ineluttabile. Anche tra i musicisti, oggi, ci siamo dimenticati di quelli che una volta riuscivano a non essere solo giullari, ma facevano una musica che era anche un momento di emancipazione collettiva. In fondo la musica è sempre politica, perciò è importante come la usi. Tornando ai raduni, mi ricordo che il mio primo concerto fu a Gualdo, un piccolo paese in provincia di Macerata. C’erano le Orme, il Banco, il Rovescio della Medaglia e altri. All’epoca suonavo le cover nei primi complessini. Prima facevamo il beat e poi il soul, nelle sale da ballo. Ma già noi della seconda generazione ballavamo di meno. Ci si riconosceva più nelle parole, nei testi delle canzoni, nell’appartenenza. Era questa la novità, rispetto ai nostri fratelli maggiori che sublimavano tutto nel ballo. Per noi andare ai raduni era anche una fuga dalla vita noiosa e asfisiante della provincia. Era un modo per risolvere, anche se parzialmente, un serio problema adolescenziale. Al momento dei concerti si usciva dal vissuto di emarginazione, ci si trovava tutti insieme, si era in tanti e ci si sentiva meno soli. Mio fratello e io, comunque, non abbiamo vissuto tanti conflitti in casa. La nostra era una famiglia operaia, mia madre ascoltava Elvis Presley, e noi avevamo una certa autonomia da conquistare giorno per giorno. Così tra il ’74 e il ’75 ci ritrovammo a suonare le cover del Banco e della PFM. Non ricordo tutti i brani, ma certo “Impressioni di settembre” e “Non mi rompete” erano classici che facevamo anche noi. Allora andavano più le ballate, i lenti. “E’ festa” della PFM è una danza che andava bene per chiudere. E anche noi finivamo con quel pezzo lì. Ma il nostro passaporto verso la libertà sono stati più tardi i Clash. Non li abbiamo vissuti mai come veri idoli, ma solo come un punto di riferimento, come una partenza per la musica che suoniamo ora. (Testo raccolto da Giacomo Pellicciotti)
MARINO SEVERINI