(Tratto da Il Mucchio Selvaggio, 2004)
Pasolini per me non è né padre né fratello, è lo zio
di Marino Severini
La notte fra il 1° e il 2 novembre del 1975 Lucia mi lasciò. Nel parcheggio quasi deserto di una discoteca mi disse che non era più il caso di continuare… che era meglio per tutti e due non vederci più… Me lo sentivo da un po’ di tempo, ma non me l’aspettavo così… niente baci, un abbraccio, un tepore breve nel freddo della notte, la musica lontana… Come in un brutto film. Quando mi svegliai, saranno state le due o le tre del pomeriggio. Scesi in cucina. La tavola era già stata sparecchiata e mia madre mi disse “Pasolini è stato ammazzato”. Un colpo.
Max mi telefona alle 11 di sera e mi chiede due righe su Pasolini. gli dico di sì, ma subito dopo penso alla fatica che mi aspetta. E’ stato già scritto e detto tutto e il contrario di tutto. Per me è come sfogliare un cadavere, denudarlo, lavarlo e rivestirlo con un abito nuovo, leggero. Il tutto con gesti affettuosi. Con cura. Va bene, ci provo.
Pasolini per me è soprattutto una faccia, un viso, uno sguardo. Gli zigomi che sporgono, i tratti secchi, precisi, taglienti, come coltelli. E gli occhi che guardano e sanno vedere. I suoi occhi; così teneri e dolci eppure feroci, come quelli di un angelo sterminatore o di un demone. Quelli del Messaggero Terribile, di Elia, il profeta “Ecco, io mando un angelo perché ti protegga per via e ti introduca nel luogo che ho preparato” (Antico Testamento Esodo, 23:20.21). Ebbene quel viso, quello sguardo, quegli occhi oggi non li vedi più, li puoi incontrare soltanto fra quelli che sbarcano vivi qui sulle rive d’Occidente, dietro le sbarre di qualche Centro di Permanenza Temporanea d’Europa (leggi campo di concentramento). Ecco, lì potresti rivedere una faccia che assomiglia a quella di Pasolini. Come Odio e Amore, insieme e d’accordo, una cosa sola.
Ho nascosto Pasolini molte volte fra le pieghe, le righe, i solchi di tante canzoni. La sua è una presenza costante ma sta sotto, poche volte affiora, viene allo scoperto.
C’è ne Il Buco Del Diavolo: è corsaro di Casarsa, il poeta di officina, il martire di Ostia; mura per restare se stesso; una sorta di Virgilio, di guida che conduce attraverso l’inferno della coscienza fino a ritrovarlo nel tempo delle rose… c’è in Non è di maggio l’attacco delle Ceneri di Gramsci, c’è in Kowalsky, ne La Corte Dei Miracoli (lui definiva la ex Dc “ciurma del tribunale), in Nagual il messaggero, in Se mi guardi, vedi ecc. ecc. Non ho mai scritto una canzone per (o su) Pasolini. Forse perché ritengo A Pa di De Gregori la più bella “cosa” mai scritta e cantata per Pasolini. Soprattutto l’ultima stroffa “Voglio vivere come i gigli nei campi/come gli uccelli nel cielo campare/e sopra i gigli nei campi volare”. La trovo perfetta. E’ il Vangelo secondo Matteo 6:24,32, il discorso sulla Provvidenza. De Gregori gli restituisce l’anima e gli ridà fiato, lo salva da tutta la retorica, dalla falsità, dal soffocamento delle tante e inutili parole dette e scritte su Pasolini.
Nella strofa di A Pa ho riconosciuto sempre un grande amore per Pasolini da parte di De Gregori e forse è lui l’autore di canzoni italiane che più di chiunque altro ha cantato il cantore, regalandogli una carezza e cercando di trasformare in volo la vita stessa di Pasolini che lui invece definì essere una corsa. “La mia corsa non è una cavalcata ma un essere trascinato via con il corpo che sbatte sulla polvere e sulle pietre”. Confesso che per quest’ultima strofa di A Pa scritta da De Gregori io darei in cambio tutte le canzoni che ho scritto ma non posso farci niente… a ognuno il suo cantore; se a De Gregori è toccato Pasolini a me è toccato Pazienza. Mi consolo, da solo.
Di Pasolini m’innamora ancora la sua solitudine. Una solitudine dovuta soprattutto al fatto di aver vissuto 1950 anni circa dopo il Cristo. Eppure fu così vicino alla Croce. Ecco, se dovessi io riportare a casa Pasolini, cioé nel mito, lo condurrei invece che da Matteo l’evangelista da Simone di Cirène, l’uomo che portò la croce per Gesù in quel cammino che è la Passione, quel viaggio che dal Cuore, dall’Amore va fino al luogo del Calvario, al Golgota, alla Crocefissione. Su quella strada vive e rivive Pasolini mito. Dall’Amore alla Ragione, dal Cuore alla Mente, dalla Passione all’Ideologia, direi andata e ritorno. Pasolini non è n l’inizio né la fine, ma attraversamento. In questo Calvario c’è tutta l’opera pasoliniana, questo Simone di Cirène ritrovato, fra il legno e i chiodi della Croce, fra la Passione e l’Ideologia. Lui è la ferita.
Di Pasolini amo, oggi più di ieri, la sua profezia, il suo futuro fatto di nostalgia. Un futuro antico, arcaico. E’ il lento ritorno all’Essenza, alla riscoperta del Sacro. Un futuro che ha nostalgia del Cristo, della civiltà contadina, del suo umanesimo, della Parola e del Rito, del sogno di una cosa che ha nostalgia delle lucciole.
Sta proprio nella denuncia della scomparsa delle lucciole l’atto di accusa più forte e feroce di Pasolini. L’uomo anziano non può più riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane. Ecco la ferita, la piaga, la peste. Condivido; ma, per dirla con Bloch e Balducci “Non c’è luce ai piedi del faro”. Così da Pasolini e dai suoi piedi ho cercato di allontanarmi per sentirmi ed essere “illuminato”. Perciò la mia terra non è più quella che ha nostalgia delle lucciole ma quella che sogna le farfalle. Entrambe volano, una nella notte e porta con sé la luce, l’altra nel giorno, nell’esplosione della luce; la farfalla ha con sé i colori che solo nel giorno può mostrare. Il giorno è quello della primavera, della rinascita, dello sforzo per ridare senso alla vita e rifarla. Luce e Colore. Il Colore è Luce. Pasolini indicò per primo la direzione giusta fra le due: quella del Bene e quella del Meglio. E denunciò con tutta la sua passione che la classe operaia veniva trascinata a forza dall’ideologia verso il Meglio. Oggi tutto è più facile, è possibile giudicare, ma allora era profezia. Ecco perché occorre tornare a quell’incrocio e cambiare direzione perché l’Orrore cessi non solo in questo Paese ma su tutta la Terra e andare verso il Bene. La sua parola seppe denunciare che l’omologazione cioé la vera unificazione d’Italia veniva fatta massacrando le lucciole, facendole scomparire. Ciò che deluse Pasolini fu l’atteggiamento di un popolo che accettò la scomparsa di una civiltà, quella contadina per quella industriale per “stare Meglio”. E fu il primo passo verso il degrado. E fu la fine di un amore, quello di Pasolini verso la gente più umile, più povera e il suo ritorno alla solitudine. Tutto il suo pensiero sta in una frase: “Io darei l’intera Montedison per una lucciola”.
E se da un lato della strada lui incontrò Cristo dall’altro trovò Gramsci. E fu lì, sulle sue ceneri, sulla tomba di Gramsci che con Pasolini iniziò il nostro Grande Esilio. Forse la sconfitta più grande, la prima, ma non per questo smettemmo di camminare, di andare. Perché nel movimento troviamo ancora oggi l’orizzonte e manteniamo vivo il sogno, di una cosa. Noi, comunisti, attraverso Pasolini dobbiamo ritornare proprio là su quella tomba di Gramsci, luogo storico e mitologico. Per “rifare la vita” e togliere l’aria impura dal nostro Maggio e poterlo ricantare. Le ceneri di Gramsci: penso non ci sia né canzone, né romanzo, né film che ancor oggi mi commuove così tanto. E tanto da strapparmi la pelle di dosso e ferirmi nel cuore per farmi sentire che ancora è vivo e io con lui. E’ lì, su quelle ceneri, che Pasolini ci ha dato appuntamento, lì dove i colpi di incudini delle officine di Testaccio non arrivano più a rompere il silenzio dei comunisti oggi arresi, muti, delusi, stanchi.
Pasolini ci indica la pietra tombale, il luogo sacro, che è pietra angolare della cui prospettiva si può e si deve riedificare. Sarà un viaggio nell’oltre della tomba, un inferno che c’è in ognuno di noi e solo superandolo sapremo tornare al tempo delle rose. Non c’è altra direzione, altra possibilità. Pasolini ci indica e ci conduce e ci salva ancora una volta, ci conduce, ci porta ma lui resta all’Inferno. Poiché è demone, per dirla con Socrate, maestro. Lui oggi resta per me il solo e unico interprete di quella lingua che permette il dialogo e un accordo fra Majakovskij e Gandhi, fra San Francesco e il subcomandante Marcos, lui il poeta corsaro, Pasolini, il ponte, la traversata.
Pasolini per me non è né padre né fratello, è lo zio. E fra tutti gli zii è il mio preferito. Per me è come lo zio Gigio, Luigi. Era quello che se c’era una discussione, un litigio in famiglia accorreva discreto e ti salvava, ti portava via, ti difendeva. Era quello che se non potevi assolutamente fumare lui ti faceva scoprire il gusto di una tirata. Era lo zio ribelle, senza una sua famiglia, quello a cui la vita non aveva fatto dei gran piaceri ma lui riusciva a rubarne qualcuno alla vita sempre e comunque. Quello che le regole se le faceva da solo, che non aveva fiducia nel futuro perché il passato non gli era stato amico… Gli ho voluto sempre e gli voglio ancora un gran bene allo zio Gigio, soprattutto ora che non c’è più.
Il suo consiglio è stato sempre quello di fare ciò che mi pareva giusto fare ma di non rinunciare mai al sapere, alla conoscenza perché quella er ala sola garanzia che me la sarei cavata e cha attraverso quella avrei trovato il filo della speranza. E quelle sue parole mi hanno, molti anni dopo, riportato alle parole di Pasolini, quelle che più di tutte e tante condivido: “Solo l’amare, il conoscere conta, non l’aver amato, l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non cresce più”.
Ed è per amre che ho cercato, e cerco ancora di conoscere. e più conosco e più so di appartenere.
Ciao Pa, grazie!
Marino Severini