(Tratto dalla rivista Blu & Blu)
“THE GANG”
Red (ritmica), Johnny Giutar (solista), Bum Bum (batteria), El Kid (basso). Questi i Clash d’Italia.
Sissignori, sono io. E lo credo bene che siate sorpresi! Non credo che ci siano precedenti in materia. No. Questa è in assoluto la prima volta che un pugno parla, e in pubblico! Sì, un pugno. Una mano, sinistra, d’uomo, chiusa con tanta forza da far gonfiar le vene e con tanta rabbia da fargli cambiar colore. Un pugno, insomma! Ruvido e vissuto, memore di lavori neri, delle sbarre delle galere, delle scazzottate e spesso, rivolto al cielo, anche di inni di vittoria o, perlomeno, di lotta, di rabbia. Lo sono un pugno che la sa lunga, ho una vita alle spalle. Oggi, devo dire… mi sono perso un po’… non sono tempi facili da decifrare, soprattutto per uno che, come me, evidentemente, non può cedere a compromessi e non può accettare mezze misure. L’ultimo impatto con la Vita è stato assai duro, durissimo; devo dire che ne siamo usciti malconci tutt’e due: la Vita, interdetta e incerottata, come tutti gli anni ’70 e oltre, è ancora ricoverata in stato confusionale. A me, che tornavo baldanzoso come al solito da una festa popolare, è andata meglio: solo una ferita quassù… sulle nocche, in alto… Ecco, vedi… qui. Una ferita che è niente. Ma a guardarla… m’ha commosso. Sì, non so… per la sua… come dire… per la sua dignità, la sua forza; essere lì, aperta, davanti a tutti, offerta agli sguardi di chiunque, e sanguinare, in silenzio e senza rimedio. E quel rivolo di sangue vivo, figlio di quella madre austera e orgogliosa, nata dalla lotta, dallo scontro in strada…. beh quel rivolo di sangue l’ho voluto con me, e l’ho adottato. Ora è come mio figlio, e insieme andiamo sempre a caccia di situazioni forti; ultimamente, spesso, ai concerti rock, dove troviamo una buona ragione d’esistere tutt’e due. lo sono il Pugno, suo padre; lui è Rivolo di Sangue, figlio d’una Ferita di Strada: si chiama The Gang. a un rivolo di sangue che odora di pioggia e di asfalto, questo The Gang, che respira la strada per passione e dona la vita a suoni che definire selvaggi è un eufemismo. The Gang è la voglia di rendersi conto del vero significato e della situazione del proletariato, la voglia di fare a cazzotti old-style e non com’è oggi, sempre per futili motivi. The Gang sono scesi in strada rotolandosi per le scale perché non concepiscono gli ascensori e i loro nomi di battaglia non sono che l’inizio della battaglia stessa, perché la scelta d’un nome nuovo PER COMBATTERE è il primo passo sulla strada della liberazione (Malcom X). Quindi lì pugno The Gang diventa: Red (Ritmica); Johnny Guitar (solista); BumBum (batteria); EI Kid (basso). La guerra è guerriglia, lo scontro fisico è sociale, la circolazione delle idee è un traffico caotico e popolare e tutto è in strada, i canti, i balli, le barricate. La festa è di tutti così come il diritto all’urlo, all’imprecazione, alla rabbia cresciuta in corpi ancora acerbi e svezzata da una scelta culturale stradaiola/americana di ritaglio, Kerouac e L. K. Johnson, Allen Ginsberg e tutte le migliori menti della sua generazione.
LE DICHIARAZIONI
«La strada è una questione di vita. Oggi non ci sono altre alternative ed è stupido fare finta di essere altrove quando è da lì che vieni, tu e la tua cultura. E per noi, la musica rock è la vera cultura popolare della seconda metà del ’900. Fare musica senza tenere conto di questo significa produrre merce, organizzare un catalogo di articoli da vendere tenendo conto esclusivamente del mercato più che delle esigenze espressive del gruppo e del contenuto culturale di cui il pubblico intelligente sente l’esigenza. A proposito di questo si può dire che tutto è cominciato con la scoperta dell’impegno musicale e politico di Woody Guthrie, che si può considerare l’anello di congiunzione tra la musica popolare tradizionale (legata a caratteristiche “rurali” e a ritmi agricoli) e la musica industriale, più marcatamente “bianca”; dove la casa discografica e la produzione comincia ad avere un’importanza fondamentale e, nei casi più deprecabili, un’ingerenza diretta nello sfruttamento della creatività degli autori. Questo collegamento, secondo noi, nonostante la decadenza di alcuni valori sociali, resiste e lo si riscontra meglio in Inghilterra in gruppi come i Redskins o con Billy Bragg che è una mente eccezionale nel panorama musicale di oggi, un gran cuore del rock». «La cultura degli anni ’60 pesa molto su quello che facciamo. Dylan e tutta la Beat Generation sono il tramite più immediato tra noi e la cultura che, all’epoca, era alternativa, quella che, uscita dai Colleges, prendeva vita e si andava evolvendo ed affermando per la strada. Al di là della celebrazione della parola come messaggio, fino a raggiungere emozioni e caratteristiche più propriamente corporee, immediate e istintivamente comprensibili». «Obiettivamente, non ci sentiamo per niente fuori moda. Non è che quello che facciamo è già stato visto o sentito. È che crediamo nella strada che abbiamo intrapreso, la strada della liberazione dall’imperialismo soffocante. Si tratta solo di prendere la misura dei nuovi fenomeni e rapportarli ad un ideologia di fondo che è, e resta, quella giusta». «Da buoni ex militanti, il nostro è un gruppo a tutti gli effetti: si scrive, si compone e si suona insieme. È una compattezza fondamentale per far uscire il suono-The Gang. Vogliamo fare buoni dischi senza perdere nulla della nostra originalità, senza scendere a compromessi di mercato che snaturerebbero senza rimedio la nostra vera ragione d’esistere che coincide con la nostra matrice musicale, popolare e antimperialista; nel pieno rispetto, cioè, dell’identità del gruppo. Da qui alla scelta di ritmi “marginali”; come quelli delle minoranze etniche centramericane, il passo è stato breve e la realizzazione artistica di The Gang pienamente soddisfatta»
Sandro Giustibelli