Le radici e le ali – Introduzione al disco

radici2E’ l’inizio della trilogia, un percorso di elaborazione e grande sensibilità che rimarrà come pietra miliare della produzione dei Gang. Le radici e le ali è un album fondamentale che assume una doppia importanza per il rock di casa nostra: da una parte, musicalmente c’è una decisa sterzata verso il recupero della nostra tradizione, del resto già abbozzato nel precedente Reds, dall’altra la consapevolezza del linguaggio testuale, per la prima volta espresso in italiano. Non che prima i testi fossero meno importanti nell’economia della canzone, ma ora è in atto una sorta di progetto a lungo termine che intriga non solo per quello che dice, ma per come viene detto. Le molte canzoni politiche presenti potrebbero facilmente prestarsi alla trappola del retorico o dello scontato se non fossero state concepite in modo così attento e sensibile. Eppure gli slogan non mancano: in La lotta continua ci sono citazioni da autentico ’68, il recupero di canti anarchici spagnoli e addirittura la riesumazione della voce di Che Guevara, ma tutto viene contestualizzato in un internazionalismo moderno in cui è possibile scambiarsi informazoni rapide e rendersi conto che potere politico ed economico operano nello stesso modo ovunque, creando gli stessi problemi. La consapevolezza di ciò permette di prendere in prestito esperienze di altri contesti per trarne conclusioni più generali e applicarle, con i dovuti distinguo, anche al nostro paese. Ma ci sono già le basi che verranno poi ampliate nei lavori successivi: in Bandito senza tempo c’è già la necessità di percorrere una via per crescere, per capire come bisogna affrontare gli stessi problemi in tempi diversi, non solo perché cambiano i contesti, ma perché necessariamente cambiano anche le persone. L’album comincia con una lunga citazione, Esilio, in cui il recitato già prelude al senso di tutti gli altri pezzi, una sorta di promessa di riscatto della propria dignità e condizione che viene prima di ogni cosa. E’ il preludio a Socialdemocrazia, una critica spietata alla società che si crede in grado di controllare fatti e persone in virtù di un consenso borghese, senza tenere conto, ovviamente, delle condizioni delle classi meno abbienti, non certo rassegnate all’emarginazione. Ma, come si diceva, il pezzo forse più interessante è Bandito senza tempo in cui si sottolinea un salto di maturità ogni volta che si arriva alla fine di un percorso, ogni volta che si chiude un cerchio e si deve ricominciare un altro giro. E’ come se una vita avesse a disposizione un numero indefinito di partenze da una stessa origine che permette una visione più complessa delle stesse cose ogni volta che questa viene doppiata. Una prospettiva evolutiva che troverà il suo massimo sviluppo in Una volta per sempre. Ci sono poi Chico Mendez, storia drammatica di un sindacalista che lottava per una vita migliore, e Johnny lo zingaro, ladro per tradizione e sopravvivenza che finisce per beccarsi, con la sua bella, vent’anni di galera. Interessante in questi due pezzi l’uso di un sottile surreale, quasi dylaniano, che dà lampi di cromaticità a una narrazione ricca di phatos. Oltre è poi un pezzo epico che incita alla sopportazione di una dura condizione e, anche se l’accompagnamento musicale ricorda quegli orgogliosi funerali comunisti con tanto di banda e bandiere rosse, c’è un barlume di speranza (“stanotte è caduta una stella proprio sull’orlo della libertà”) che emerge. La lotta continua, un pezzo di grande presa emotiva, una specie di inno, che nonostante il riff a slogan, riesce a non cadere nel retorico. Si arriva così alla title track, Le radici e le ali, una frase emblematica, annunciata dal poeta esule Nanni Balestrini, che la dice lunga sulla nuova filosofia dei Gang. Le radici sono la nostra appartenenza: i nostri legami e la nostra ideologia che sono però destinati a non avere sviluppo se non diamo loro un paio di ali che ci permettano di andare oltre, di capire che è necessaria un’elaborazione per stare al passo con i tempi. Non bisogna dimenticare ciò da cui abbiamo avuto origine, ma è necessario evolvere, plasmare secondo i nuovi bisogni ciò che abbiamo avuto in eredità. Un monito pressante per non perdere il treno giusto della nostra emancipazione. Ombre rosse, che inizia con uno stralcio di discorso di Renato Curcio, viene ben sintetizzata da una strofa della canzone stessa “quanti cuori che si svendono per l’argento e la carriera, quanti cuori che disertano allo sbando senza più bandiera”: è il riflusso che porta alla perdita di ideali e all’assuefazione del consumismo che ha prevalso per tutti gli anni Ottanta, deridendo il decennio precedente volto verso l’impegno. Sud è un’amara constatazione sull’emigrazione, sul lungo viaggio che porta dal Sud alle grandi città industriali che danno soprattutto lavoro nero e sfruttamento. Chicco il dinosauro riprende ironicamente il tema di Le radici e le ali, trattandolo però in senso inverso, considerando cioé l’ottusità, o forse solo l’ingenuità, di chi pensa che il mondo non cambi mai e che si possa continuare a lottare come si faceva all’inizio del secolo. Il disco termina con Che dare? un brano che ribadisce la necessità del cambiamento di mentalità per superare i tempi difficili. Come commento ulteriore di questo disco, che rivela in realtà anche aspetti di grande tenerezza e sensibilità, si può usare uno stralcio di intervista che lo stesso Marino rilasciò subito dopo l’uscita di questo lavoro. “Sia Sandro che io abbiamo avuto la nostra infanzia in un piccolo paesino delle Marche, Filottrano. Ricordo che in inverno, quando c’era molta neve, nessuno andava a lavorare e molti uomini, tra cui mio padre, si incontravano, in quei gelidi pomeriggi, a casa di qualche contadino della zona. Andavano lì per passare il tempo: giocavano a carte, bevevano qualche bicchiere e soprattutto parlavano di ciò che li riguardava. Mio padre mi portava qualche volta insieme; anche se ero piccolo, oggi posso rileggere quei discorsi e ritrovare quel senso di paura per le trasformazioni che stavano arrivando, i nuovi modi di vita, nuovi valori. Era il progresso e questo aumentava il freddo nonostante le risate, i racconti e il vino. Una cosa in particolar modo mi è rimasta impressa in quei pomeriggi e di quegli stanzoni dove ci si incontrava: il fuoco, quel fuoco enorme -sarà forse perché ero piccolo e tutto mi sembrava a quel tempo così grande- davanti al quale ci si sedeva. Ecco, vorrei che un disco dei Gang come Le radici e le ali fosse solo un pretesto, come allora lo era il fuoco, per ritrovarsi, per riscaldarsi in questi anni di grande freddo, di solitudine, di paura per il futuro, ma soprattutto un pretesto per tornare a parlare di noi e di ciò che ci accade intorno. Tutto qua”. Tutte le musiche sono state scritte da Sandro, mentre i testi si devono a Marino. Hanno contribuito a qualche composizione Massimo Bubola, David Riondino e Antonello Ricci; hanno suonato, oltre al poco citato, ma fondamentale Andrea Mei (il terzo Gang), uno stuolo di musicisti di grande professionalità e la mitica Banda G. Donizzetti di Casalecchio di Reno, che ha un ruolo fondamentale in almeno tre pezzi. Il produttore che, ovviamente non va sottovalutato, e che anzi ha contribuito a spostare la sensibilità musicale dei Gang sulla tradizione, è Oderso Rubini.
(Tratto da “Frammenti Rock”)